sabato 12 febbraio 2022

 13 febbraio 2022

                  6a domenica del tempo ordinario

 

Prima Lettura - Dal libro del profeta Geremìa - Ger 17,5-8

 

Così dice il Signore:
«Maledetto l'uomo che confida nell'uomo,
e pone nella carne il suo sostegno,
allontanando il suo cuore dal Signore.
Sarà come un tamarisco nella steppa;
non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto,
in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere.
Benedetto l'uomo che confida nel Signore
e il Signore è la sua fiducia.
È come un albero piantato lungo un corso d'acqua,
verso la corrente stende le radici;
non teme quando viene il caldo,
le sue foglie rimangono verdi,
nell'anno della siccità non si dà pena,
non smette di produrre frutti».
  

Salmo Responsoriale . Dal Sal 1

R. Beato l'uomo che confida nel Signore.

Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,
non resta nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli arroganti,
ma nella legge del Signore trova la sua gioia,
la sua legge medita giorno e notte. R.

 

 

 

È come albero piantato lungo corsi d’acqua,
che dà frutto a suo tempo:
le sue foglie non appassiscono
e tutto quello che fa, riesce bene. R.

 

Non così, non così i malvagi,
ma come pula che il vento disperde;
poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti,
mentre la via dei malvagi va in rovina. R.

 

Seconda Lettura – Dalla1a lettera di San Paolo apostolo ai Corìnzi- 1 Cor 15,12.16-20

Fratelli, se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è resurrezione dei morti?
Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. Perciò anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti.
Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini.
Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti.

Vangelo - Dal Vangelo secondo Luca - Lc 6,17.20-26

In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne.
Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell'uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate,
perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo.
Allo stesso modo infatti agivano
i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi.
Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».

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Luca 6.17. 20-26 - omelia 6a domenica del t. ordinario

 

 

 

Abbiamo sentito il messaggio delle beatitudini proposte da Luca… Una «gran folla di discepoli» è in ascolto… cui si aggiunge una «gran moltitudine di gente», anche straniera in un luogo pianeggiante: è quasi un anticipo della futura comunità cristiana, fatta di credenti provenienti dal giudaismo e dal paganesimo e da tutte le regioni del mondo. 

In Matteo le beatitudini sono rivolte  da Gesù a quelli che hanno nel loro cuore le disposizioni buone, secondo il Vangelo, per entrare nel regno di Dio: “Beati  i poveri in spirito…, i misericordiosi, gli operatori di pace” … 

Luca ci offre le beatitudini con la sua sensibilità particolare che non è in contrasto con quelle di Matteo, ma le completa e aggiunge qualche altro aspetto. ”Beati voi poveri, voi che piangete, voi che siete incompresi e perseguitati… Chi sono questi poveri, destinatari della prima beatitudine? Gesù si rivolge a coloro che vivono in condizioni di privazione e di miseria, anche fisica, incapaci di procurarsi da soli i beni necessari per vivere. 

Può essere che ci si riferisca anche quei cristiani che, a motivo delle persecuzioni, erano costretti a subire privazioni e sofferenze per la fede in Gesù. 

Perché i poveri sono chiamati beati?… dal nostro punto di vista i poveri non sono forse disgraziati cioè sfortunati  e infelici? Bisogna precisare questo, per non far dire al Vangelo delle falsità!… Dio non approva la povertà come qualcosa di buono da accettare passivamente...come se, addirittura, essere poveri fosse una condizione voluta da Dio stesso…

La beatitudine dei poveri può essere allora spiegata in due modi:

-…sono beati perché Dio ha un’attenzione particolare versi di loro.. Poiché essi sono di solito trascurati e dimenticati da molti, sono anche emarginati e guardati con sospetto, ecco che Dio viene loro incontro. Sono i primi ad essere oggetto della sua premura…e possono sperare di essere aiutati. Del resto così ha fatto Gesù in tutta la sua vita… Dio non si dimenticherà delle loro sofferenze al momento della morte…Certo, non basta essere materialmente poveri per meritare la vita eterna… ma la povertà può diventare una strada  per vivere la libertà dalle cose, con lo sguardo di chi capisce di più la fatica degli altri…

b- poveri sono beati perché la comunità ecclesiale, obbediente ai comandi del  Maestro, si prende cura di loro, divenendo così espressione. concreta della provvidenza di Dio nei confronti  degli ultimi e degli emarginati… La povertà in sé, è un male da combattere con le “armi” della carità e della condivisione, come Luca stesso ribadirà più volte nel libro degli Atti…Ai poveri dunque è dato il regno di Dio, cioè la possibilità di arricchire la propria esistenza dell’ unico bene che nemmeno la morte potrà mai togliere: la comunione con Dio, cioé la vera ricchezza…

“Gli affamati” della seconda beatitudine sono i poveri che non dispongono del minimo necessario per sopravvivere. A questi Gesù promette una sazietà che non soddisfa solo la fame fisica, ma è pienezza di vita… Gesù si riferisce a tutte quelle situazioni di dolore e di sofferenza che affliggono la vita e il cuore degli uomini. È a coloro che soffrono - magari proprio a causa della fede - che il Signore annuncia un radicale rovesciamento: essi un giorno rideranno. Non si tratta di un riso di vendetta, ma il recupero della serenità e della pace che la sofferenza aveva sconvolto in maniera apparentemente irrimediabile.

 “Beati voi quando vi insulteranno...” Ormai la comunità dei discepoli cominciava a confrontarsi con il rifiuto e con la persecuzione in nome della fede... Si parla di: odiare, mettere al bando, insultare e disprezzare. Luca specifica che ad essere disprezzato, è il «nome» cristiani-considerato dai nemici come «infame». I discepoli: di Gesù sono quindi rifiutati, emarginati e persino perseguitati proprio perché seguaci del Crocifisso- Risorto.  

V. i martiri di oggi…)

Luca fa seguire alle beatitudini una serie di quattro guai… I “guai” di Gesù non sono una minaccia o la promessa di un castigo, ma un serio avvertimento per  guardarsi dalla tentazione di cedere ai compromessi che allontanano dal Vangelo e dalla vita cristiana…

Il primo «guai» è rivolto ai ricchi. Il ricco è colui che, possedendo beni in abbondanza, corre il rischio di ritenersi per questo motivo autosufficiente.

Ad essere condannata non è la ricchezza in se stessa, ma l’atteggiamento di superiorità e di eccessiva sicurezza di sé.. che può far pensare di non aver bisogno di nessuno, nemmeno di Dio, comportamento radicalmente biasimato nel Vangelo, come ricorda la parabola del ricco stolto(cfr. Lc 12,16-21)

La logica del Vangelo spesso è nettamente in contrasto con il pensiero e il modo di vivere presenti mondo. Pertanto, alla luce delle beatitudini e dei guai, sembra che l’ insegnamento di fondo sia il seguente: è preferibile essere disprezzati e non capiti in forza della fedeltà al Vangelo, piuttosto che essere conformisti e dipendenti da comportamenti che sono contrari allo stesso Vangelo … La vigilanza …

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6a domenica del tempo ordinario

Intenzioni perla preghiera dei fedeli:

 Ascolta, Padre, la nostra voce

 

Per la Chiesa universale: nella sua azione sia sempre ispirata e guidata dalle beatitudini, e riponga tutta la sua sicurezza unicamente in Cristo Gesù, morto e risorto, preghiamo.

 

Per i ricchi, saziati solo del proprio benessere: ascoltino la severa: parola di Cristo e sappiano operare per la giustizia, nella carità e nella verità, preghiamo. 

 

Per quanti mettono a disposizione degli altri la propria vita e i propri beni: siano  una forza capace di sconfiggere la maledizione de||’egoismo per donare la gioia delle beatitudini, preghiamo. 

 

Per gli ammalati, ricordandoli nella giornata mondiale appena celebrata. Trovino in noi disponibilità all' aiuto e al conforto sull'esempio di Gesù che si è fatto carico delle sofferenze umane, preghiamo;

 

Per questa nostra assemblea: il Signore risorto sia sempre il riferimento unico di ogni nostra scelta di vita e di ogni nostro servizio al prossimo, preghiamo.

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... sul tema della pedofilia e sugli interventi ufficiali della Chiesa da parte del magistero...


LETTERA APOSTOLICA  IN FORMA DI «MOTU PROPRIO»DEL SOMMO PONTEFICE  FRANCESCO

VOS ESTIS LUX MUNDI


«Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte» (Mt 5,14). Nostro Signore Gesù Cristo chiama ogni fedele ad essere esempio luminoso di virtù, integrità e santità. Tutti noi, infatti, siamo chiamati a dare testimonianza concreta della fede in Cristo nella nostra vita e, in particolare, nel nostro rapporto con il prossimo. 

I crimini di abuso sessuale offendono Nostro Signore, causano danni fisici, psicologici e spirituali alle vittime e ledono la comunità dei fedeli. Affinché tali fenomeni, in tutte le loro forme, non avvengano più, serve una conversione continua e profonda dei cuori, attestata da azioni concrete ed efficaci che coinvolgano tutti nella Chiesa, così che la santità personale e l’impegno morale possano concorrere a promuovere la piena credibilità dell’annuncio evangelico e l’efficacia della missione della Chiesa. Questo diventa possibile solo con la grazia dello Spirito Santo effuso nei cuori, perché sempre dobbiamo ricordare le parole di Gesù: «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5). Anche se tanto già è stato fatto, dobbiamo continuare ad imparare dalle amare lezioni del passato, per guardare con speranza verso il futuro. 

Questa responsabilità ricade, anzitutto, sui successori degli Apostoli, preposti da Dio alla guida pastorale del Suo Popolo, ed esige da loro l’impegno nel seguire da vicino le tracce del Divino Maestro. In ragione del loro ministero, infatti, essi reggono «le Chiese particolari a loro affidate come vicari e legati di Cristo, col consiglio, la persuasione, l’esempio, ma anche con l’autorità e la sacra potestà, della quale però non si servono se non per edificare il proprio gregge nella verità e nella santità, ricordandosi che chi è più grande si deve fare come il più piccolo, e chi è il capo, come chi serve» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. Lumen gentium, 27).  Quanto in maniera più stringente riguarda i successori degli Apostoli, concerne tutti coloro che in diversi modi assumono ministeri nella Chiesa, professano i consigli evangelici o sono chiamati a servire il Popolo cristiano. Pertanto, è bene che siano adottate a livello universale procedure volte a prevenire e contrastare questi crimini che tradiscono la fiducia dei fedeli.

Desidero che questo impegno si attui in modo pienamente ecclesiale, e dunque sia espressione della comunione che ci tiene uniti, nell’ascolto reciproco e aperto ai contributi di quanti hanno a cuore questo processo di conversione. 

Pertanto, dispongo: 

TITOLO I - DISPOSIZIONI GENERALI

Art. 1 - Ambito di applicazione

§1. Le presenti norme si applicano in caso di segnalazioni relative a chierici o a membri di Istituti di vita consacrata o di Società di vita apostolica e concernenti:

 

a)    delitti contro il sesto comandamento del Decalogo consistenti:

 

i. nel costringere qualcuno, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, a compiere o subire atti sessuali; 

ii. nel compiere atti sessuali con un minore o con una persona vulnerabile;

iii. nella produzione, nell’esibizione, nella detenzione o nella distribuzione, anche per via telematica, di materiale pedopornografico, nonché nel reclutamento o nell’induzione di un minore o di una persona vulnerabile a partecipare ad esibizioni pornografiche;

 

b)    condotte poste in essere dai soggetti di cui all’articolo 6, consistenti in azioni od omissioni dirette a interferire o ad eludere le indagini civili o le indagini canoniche, amministrative o penali, nei confronti di un chierico o di un religioso in merito ai delitti di cui alla lettera a) del presente paragrafo.

 

2. Agli effetti delle presenti norme, si intende per:

 

a) «minore»: ogni persona avente un’età inferiore a diciott’anni o per legge ad essa equiparata;

b) «persona vulnerabile»: ogni persona in stato d’infermità, di deficienza fisica o psichica, o di privazione della libertà personale che di fatto, anche occasionalmente, ne limiti la capacità di intendere o di volere o comunque di resistere all’offesa;

c) «materiale pedopornografico»: qualsiasi rappresentazione di un minore, indipendentemente dal mezzo utilizzato, coinvolto in attività sessuali esplicite, reali o simulate, e qualsiasi rappresentazione di organi sessuali di minori a scopi prevalentemente sessuali.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 7 maggio 2019, settimo del Pontificato.


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la diocesi di Verona


Il Servizio diocesano per la tutela minori e delle persone vulnerabili, istituita dal Vescovo di Verona, mons. Giuseppe Zenti, mediante la nomina di una Commissione dedicata, ha il compito di offrire nella Chiesa di Verona uno spazio di ascolto, sostegno e prevenzione nelle situazioni di disagio, personale o comunitario, derivante dal comportamento di presbiteri, diaconi, religiosi e operatori pastorali, posto in violazione dei doveri del proprio stato e del proprio ufficio o con abuso di potere, non solo in ambito morale, ma anche nella gestione dei beni temporali.

Il Servizio raccoglie le segnalazioni relative ai presunti abusi a mezzo di posta elettronica tramite un indirizzo.
Nella trattazione procede ad una verifica circa la loro plausibilità e provvede all’ascolto diretto delle persone coinvolte. I minori vengono sempre ascoltati alla presenza di entrambi i genitori o di un solo genitore, con il consenso scritto dell’altro. Il Servizio garantisce l’assoluta riservatezza circa le persone che effettuano le segnalazioni, ma non prende in considerazione le informazioni anonime.

Il Servizio offre, inoltre, alle parrocchie, alle U.P. e ai Vicariati percorsi per la formazione degli operatori pastorali: sacerdoti, animatori, catechisti, allenatori ed educatori.
Per ogni informazione e richiesta contattare la Commissione tramite l'indirizzo mail dedicato.

 

Il Servizio diocesano per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili prende le mosse dalla Lettera apostolica in forma di Motu proprio "Vos estis lux mundi" del maggio 2019, dove Papa Francesco ha delineato il quadro generale di azione pastorale, invitando tutti coloro che operano nella Chiesa a “una conversione continua e profonda del cuore”; e ha indicato le norme vincolanti per la Chiesa universale che sono state poi recepite anche dalla Conferenza episcopale italiana con le Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili del 24 giugno 2019.

 

Membri della Commissione:

 

- un presbitero della Diocesi di Verona
- un avvocato, docente universitario
- una dott.ssa, psichiatra infantile
- una dott.ssa, psicologa e psicoterapeutica
- una dott.ssa, assistente sociale

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LA LETTERA di BENEDETTO XYI

«Dentro gli occhi delle vittime ho visto la nostra grande colpa» 

Pubblichiamo il testo integrale della Lettera che Benedetto XVI ha scritto circa il rapporto sugli abusi nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga.

 

Care sorelle e cari fratelli!

A seguito della presentazione del rapporto sugli abusi nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga il 20 gennaio 2022, mi preme rivolgere a tutti voi una parola personale. Infatti, anche se ho potuto essere arcivescovo di Monaco e Frisinga per poco meno di cinque anni, nell’intimo continua comunque a persistere la profonda appartenenza all’arcidiocesi di Monaco come mia patria.

Vorrei innanzitutto esprimere una parola di cordiale ringraziamento. In questi giorni di esame di coscienza e di riflessione ho potuto sperimentare così tanto incoraggiamento, così tanta amicizia e così tanti segni di fiducia quanto non avrei immaginato. Vorrei ringraziare in particolare il piccolo gruppo di amici che, con abnegazione, per me ha redatto la mia memoria di 82 pagine per lo studio legale di Monaco, che da solo non avrei potuto scrivere. Alle risposte alle domande postemi dallo studio legale, si aggiungeva la lettura e l’analisi di quasi 8.000 pagine di atti in formato digitale. Questi collaboratori mi hanno poi anche aiutato a studiare e ad analizzare la perizia di quasi 2.000 pagine. Il risultato sarà pubblicato successivamente alla mia lettera.

Nel lavoro gigantesco di quei giorni – l’elaborazione della presa di posizione – è avvenuta una svista riguardo alla mia partecipazione alla riunione dell’Ordinariato del 15 gennaio 1980. Questo errore, che purtroppo si è verificato, non è stato intenzionalmente voluto e spero sia scusabile. Ho già disposto che da parte dell’arcivescovo Gänswein lo si comunicasse nella dichiarazione alla stampa del 24 gennaio 2022. Esso nulla toglie alla cura e alla dedizione che per quegli amici sono state e sono un ovvio imperativo assoluto. Mi ha profondamente colpito che la svista sia stata utilizzata per dubitare della mia veridicità, e addirittura per presentarmi come bugiardo. Tanto più mi hanno commosso le svariate espressioni di fiducia, le cordiali testimonianze e le commoventi lettere d’incoraggiamento che mi sono giunte da tante persone. Sono particolarmente

grato per la fiducia, l’appoggio e la preghiera che Papa Francesco mi ha espresso personalmente. Vorrei infine ringraziare la piccola famiglia nel Monastero “ Mater Ecclesiae” la cui comunione di vita in ore liete e difficili mi dà quella solidità interiore che mi sostiene.

Alle parole di ringraziamento è necessario segua ora anche una confessione. Mi colpisce sempre più fortemente che giorno dopo giorno la Chiesa ponga all’inizio della celebrazione della Santa Messa – nella quale il Signore ci dona la sua Parola e se stesso – la confessione della nostra colpa e la richiesta di perdono. Preghiamo il Dio vivente pubblicamente di perdonare la nostra colpa, la nostra grande e grandissima colpa. È chiaro che la parola “grandissima” non si riferisce allo stesso modo a ogni giorno, a ogni singolo giorno. Ma ogni giorno mi domanda se anche oggi io non debba parlare di grandissima colpa. E mi dice in modo consolante che per quanto grande possa essere oggi la mia colpa, il Signore mi perdona, se con sincerità mi lascio scrutare da Lui e sono realmente disposto al cambiamento di me stesso.

In tutti i miei incontri, soprattutto durante i tanti Viaggi apostolici, con le vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti, ho guardato negli occhi le conseguenze di una grandissima colpa e ho imparato a capire che noi stessi veniamo trascinati in questa grandissima colpa quando la trascuriamo o quando non l’affrontiamo con la necessaria decisione e responsabilità, come troppo spesso è accaduto e accade. Come in quegli incontri, ancora una volta posso solo esprimere nei confronti di tutte le vittime di abusi sessuali la mia profonda vergogna, il mio grande dolore e la mia sincera domanda di perdono. Ho avuto grandi responsabilità nella Chiesa cattolica. Tanto più grande è il mio dolore per gli abusi e gli errori che si sono verificati durante il tempo del mio mandato nei rispettivi luoghi. Ogni singolo caso di abuso sessuale è terribile e irreparabile. Alle vittime degli abusi sessuali va la mia profonda compassione e mi rammarico per ogni singolo caso.

Sempre più comprendo il ribrezzo e la paura che sperimentò Cristo sul Monte degli Ulivi quando vide tutto quanto di terribile avrebbe dovuto superare interiormente. Che in quel momento i discepoli dormissero rappresenta purtroppo la situazione che anche oggi si verifica di nuovo e per la quale anche io mi sento interpellato. E così posso solo pregare il Signore e supplicare tutti gli angeli e i santi e voi, care sorelle e fratelli, di pregare per me il Signore Dio nostro.

Ben presto mi troverò di fronte al giudice ultimo della mia vita. Anche se nel guardare indietro alla mia lunga vita posso avere tanto motivo di spavento e paura, sono comunque con l’animo lieto perché confido fermamente che il Signore non è solo il giudice giusto, ma al contempo l’amico e il fratello che ha già patito egli stesso le mie insufficienze e perciò, in quanto giudice, è al contempo mio avvocato (Paraclito). In vista dell’ora del giudizio mi diviene così chiara la grazia dell’essere cristiano. L’essere cristiano mi dona la conoscenza, di più, l’amicizia con il giudice della mia vita e mi consente di attraversare con fiducia la porta oscura della morte. In proposito mi ritorna di continuo in mente quello che Giovanni racconta all’inizio dell’Apocalisse: egli vede il Figlio dell’uomo in tutta la sua grandezza e cade ai suoi piedi come morto. Ma Egli, posando su di lui la destra, gli dice: “Non temere! Sono io...” (cfr. Ap 1,12-17).

Cari amici, con questi sentimenti vi benedico tutti.

Benedetto XVI

«Mi hanno commosso le svariate espressioni di fiducia, le cordiali testimonianze e le commoventi lettere d’incoraggiamento» «Ben presto mi troverò di fronte al giudice ultimo della mia vita.

Il Signore è giudice giusto, amico, fratello e insieme mio avvocato»

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venerdì 4 febbraio 2022

 6 febbraio 2022 - 5a domenica del tempo ordinario

Prima Lettura -Dal libro del profeta Isaìa -Is 6,1-2a.3-8
 
Nell’anno in cui morì il re Ozìa, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Sopra di lui stavano dei serafini; ognuno aveva sei ali. Proclamavano l’uno all’altro, dicendo:
«Santo, santo, santo il Signore degli eserciti!
Tutta la terra è piena della sua gloria».
Vibravano gli stipiti delle porte al risuonare di quella voce, mentre il tempio si riempiva di fumo. E dissi:
«Ohimè! Io sono perduto,
perché un uomo dalle labbra impure io sono
e in mezzo a un popolo
dalle labbra impure io abito;
eppure i miei occhi hanno visto
il re, il Signore degli eserciti».
Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e disse:
«Ecco, questo ha toccato le tue labbra,
perciò è scomparsa la tua colpa
e il tuo peccato è espiato».
Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!».

 

Salmo Responsoriale - Dal Sal 137 (138)

 

R. Cantiamo al Signore, grande è la sua gloria.

Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,
mi prostro verso il tuo tempio santo. R.
 
Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza. R.
 
Ti renderanno grazie, Signore, tutti i re della terra,
quando ascolteranno le parole della tua bocca.
Canteranno le vie del Signore:
grande è la gloria del Signore! R.
 
La tua destra mi salva.
Il Signore farà tutto per me.
Signore, il tuo amore è per sempre:
non abbandonare l’opera delle tue mani. R.
 

Seconda Lettura - Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi -1Cor 15,1-11
 
Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano!
A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè
che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture
e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture
e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.
Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me.
Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.

Vangelo -Dal Vangelo secondo Luca - Lc 5,1-11


In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

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Omelia  5a C

Il Vangelo inizia con un momento solenne e semplice della vita di Gesù, una costante del sua vita. Gesù, seduto sulla barca di Simone, annuncia la Parola alla folla che accorre per ascoltarlo. E’ quasi un pulpito dal quale Gesù propone alla gente il disegno di Dio. 

Noi, come discepoli di oggi, continuiamo, come allora, ad essere ascoltatori di questa stessa parola. La riceviamo soprattutto nell’ Eucarestia come dono, luce, forza che guida il nostro cammino di credenti. Non possiamo trovare altro che la possa sostituire… La predicazione di Gesù, che si prolunga fino ad oggi,  è degna della massima attenzione e richiede un’ obbedienza convinta. Il Vangelo presenta all’inizio la situazione deludente degli apostoli-pescatori. È mattina e sono rientrati da una battuta di pesca fallimentare. “Non abbiamo preso nulla…”. E’ lo sconforto di chi registra un fallimento nel lavoro duro della pesca, ma può rappresentare anche per noi le tante delusioni della vita: un lavoro che non ci soddisfa, una relazione complicata con chi ci ha deluso, una serie di pensieri negativi che ci turbano, un futuro complicato, un lutto imprevisto … 

Ecco che Gesù interviene: “Gettate le reti per la pesca!”. L’invito di Gesù sembra essere un’ operazione, senza senso… per chi era pratico di questo mestiere! Ma il Signore, spesso, ci invita ad andare oltre i nostri pensieri e i nostri programmi, a superare le nostre delusioni, ci insegna a fidarci di lui, a fare delle scelte che sembrano perdenti ma nelle quali il Signore getta il seme di una fecondità nuova e di risultati sorprendenti ! 

Pensiamo, ad esempio, alla vita di tanti santi che hanno aperto strade nella carità e nella testimonianza che sembravano impossibili. Ma questo vale, in una certa misura, anche per noi… La risposta di Pietro all'ordine di Gesù dice una grande obbedienza, e forse più, una piena fiducia. Pietro si fida della parola di Gesù, nonostante le sue esperienze di pesca che potevano giustificare il contrario. Ma …“Sulla tua parola, Signore, getterò le reti!”. Il risultato incredibile della pesca, chiamata miracolosa, non sta nell’abilità dei pescatori, nel loro affannarsi… ma dipende dall’intervento di Gesù. E quindi dobbiamo credere che non siamo noi i protagonisti unici e assoluti dei risultati buoni che otteniamo nei vari campi della vita. Dobbiamo credere che il Signore è il primo protagonista:  È Dio infatti che suscita in voi il volere e l'operare secondo i suoi benevoli disegni”. (Filippesi, 2).

Facciamo fatica a dare a Dio il primato, il posto che si merita, a sentirlo e invocarlo come indispensabile. Questo non vuol dire che fa tutto Lui… ma che ci vuole suoi collaboratori necessari! Un altro elemento è presente nelle tre letture di questa domenica. Anzitutto Isaia, nella prima lettura, fa un’esperienza forte di Dio durante una liturgia nel tempio e dice: “Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono …” cioè sente la distanza tra lui e il Signore, avverte la sua debolezza nella una cornice solenne del Dio tre volte santo.

Paolo ricorda ai Corinti la sua esperienza decisiva dell’incontro con il Signore Risorto. “Ultimo fra tutti il Risorto apparve anche a me come a un aborto”. Poi dice di se stesso: 

Io sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio…” . 

Pietro, dopo la pesca miracolosa avverte la sua debolezza. Sperimentando la forza della Parola di Gesù, Pietro prova un grande stupore e prende coscienza, improvvisamente, di tutta la sua indegnità: «Signore, allontanati da me che sono peccatore». Il discepolo, ogni cristiano, deve riconoscere il proprio peccato e la propria debolezza. Ma alza lo sguardo oltre i suoi limiti. In tutti queste esperienze di fede (Isaia, Paolo e Pietro) c’è la parola rassicurante di Dio e del Signore Gesù.

Isaia Dio dice: «Ecco  ho toccato le tue labbra impure , perciò è scomparsa la tua colpa
e il tuo peccato è espiato
». Isaia, confortato, risponde: “Ecco manda me!”

Paolo afferma: Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana”. Se sono apostolo è perché la forza di Dio mi ha sostenuto nella mia risposta generosa.

Pietro si sente dire da Gesù: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». 

Cambia la vita perché Gesù la rilancia al di là delle povertà e delle carenze personali. Basta fidarci di Lui e affidarci a Lui.

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Domenica 5a del tempo ordinario


INTENZIONI PER LA PREGHIERA UNIVERSALE:

Rendici tuoi testimoni, Signore!

 

 

Per papa Francesco, i vescovi, i sacerdoti, i diaconi e tutti i ministri del Vangelo: annuncino con costanza e coraggio la parola di Dio e siano seminatori di speranza nel mondo, preghiamo.

 

Per i missionari: nelle loro fatiche non si scoraggino, ma siano consapevoli che lo Spirito di Dio opera con loro nel gettare la rete del Vangelo, preghiamo.

 

Per la nostra società e le nostre famiglie: perché la crisi economica che stiamo attraversando costituisca un'occasione di crescita che spinge a riscoprire l’importanza della condivisione e della capacità di prenderci cura della vita gli uni degli altri, preghiamo.

 

Per tutte le persone colpite dalla malattia: perché non si lascino paralizzare dalla paura e dallo scoraggiamento. Il Signore Gesù, con la presenza amica di persone sensibili, sia la loro forza e la loro medicina, preghiamo.

 

Per noi qui riuniti a celebrare |'Eucaristia. Questa GIORNATA NAZIONALE DELLA  VITA porta questo messaggio: “Custodire la vita”. Accogliamo  questo invito per  promuovere la vita  in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue forme. Preghiamo.

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6 febbraio 2022 - CUSTODIRE OGNI VITA. Messaggio

"Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giordino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse" (Gen 2,15).

 

Al di là di ogni illusione di onnipotenza e autosufficienza, la pandemia ha messo in luce numerose fragilità a livello personale, comunitario e sociale. Non si è trattato quasi mai di fenomeni nuovi; ne emerge però con rinnovata consapevolezza l’evidenza che la vita ha bisogno di essere custodita. Abbiamo capito che nessuno può bastare a sé stesso: “La lezione della recente pandemia, se vogliamo essere onesti, è la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme” (Papa Francesco, Omelia, 20 ottobre 2020). Ciascuno ha bisogno che qualcun altro si prenda cura di lui, che custodisca la sua vita dal male, dal bisogno, dalla solitudine, dalla disperazione. Questo è vero per tutti, ma riguarda in maniera particolare le categorie più deboli, che nella pandemia hanno sofferto di più e che porteranno più a lungo di altre il peso delle conseguenze che tale fenomeno sta comportando. Il nostro pensiero va innanzitutto alle nuove generazioni e agli anziani. Le prime, pur risultando tra quelle meno colpite dal virus, hanno subito importanti contraccolpi psicologici, con l’aumento esponenziale di diversi disturbi della crescita; molti adolescenti e giovani, inoltre, non riescono tuttora a guardare con fiducia al proprio futuro. Anche le giovani famiglie hanno avuto ripercussioni negative dalla crisi pandemica, come dimostra l’ulteriore picco della denatalità raggiunto nel 2020-2021, segno evidente di crescente incertezza. Tra le persone anziane, vittime in gran numero del Covid-19, non poche si trovano ancora oggi in una condizione di solitudine e paura, faticando a ritrovare motivazioni ed energie per uscire di casa e ristabilire relazioni aperte con gli altri. Quelle poi che vivono una situazione di infermità subiscono un isolamento anche maggiore, nel quale diventa più difficile affrontare con serenità la vecchiaia. Nelle strutture residenziali le precauzioni adottate per preservare gli ospiti dal contagio hanno comportato notevoli limitazioni alle relazioni, che solo ora si vanno progressivamente ripristinando.

Anche le fragilità sociali sono state acuite, con l’aumento delle famiglie – specialmente giovani e numerose - in situazione di povertà assoluta, della disoccupazione e del precariato, della conflittualità domestica. Il Rapporto 2021 di Caritas italiana ha rilevato quasi mezzo milione di nuovi poveri, tra cui emergono donne e giovani, e la presenza di inedite forme di disagio, non tutte legate a fattori economici. Se poi il nostro sguardo si allarga, non possiamo fare a meno di notare che, come sempre accade, le conseguenze della pandemia sono ancora più gravi nei popoli poveri, ancora assai lontani dal livello di profilassi raggiunto nei Paesi ricchi grazie alla vaccinazione di massa. Dinanzi a tale situazione, Papa Francesco ci ha offerto San Giuseppe come modello di coloro che si impegnano nel custodire la vita: “Tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà” (Patris Corde). Nelle diverse circostanze della sua vicenda familiare, egli costantemente e in molti modi si prende cura delle persone che ha intorno, in obbedienza al volere di Dio. Pur rimanendo nell’ombra, svolge un’azione decisiva nella storia della salvezza, tanto da essere invocato come custode e patrono della Chiesa. Sin dai primi giorni della pandemia moltissime persone si sono impegnate a custodire ogni vita, sia nell’esercizio della professione, sia nelle diverse espressioni del volontariato, sia nelle forme semplici del vicinato solidale. Alcuni hanno pagato un prezzo molto alto per la loro generosa dedizione. A tutti va la nostra gratitudine e il nostro incoraggiamento: sono loro la parte migliore della Chiesa e del Paese; a loro è legata la speranza di una ripartenza che ci renda davvero migliori. Non sono mancate, tuttavia, manifestazioni di egoismo, indifferenza e irresponsabilità, caratterizzate spesso da una malintesa affermazione di libertà e da una distorta concezione dei diritti. Molto spesso si è trattato di persone comprensibilmente impaurite e confuse, anch’esse in fondo vittime della pandemia; in altri casi, però, tali comportamenti e discorsi hanno espresso una visione della persona umana e dei rapporti sociali assai lontana dal Vangelo e dallo spirito della Costituzione. Anche la riaffermazione del “diritto all’aborto” e la prospettiva di un referendum per depenalizzare l’omicidio del consenziente vanno nella medesima direzione. “Senza voler entrare nelle importanti questioni giuridiche implicate, è necessario ribadire che non vi è espressione di compassione nell’aiutare a morire, ma il prevalere di una concezione antropologica e nichilista in cui non trovano più spazio né la speranza né le relazioni interpersonali. […] Chi soffre va accompagnato e aiutato a ritrovare ragioni di vita; occorre chiedere l’applicazione della legge sulle cure palliative e la terapia del dolore” (Card. G. Bassetti, Introduzione ai lavori del Consiglio Episcopale Permanente, 27 settembre 2021). Il vero diritto da rivendicare è quello che ogni vita, terminale o nascente, sia adeguatamente custodita. Mettere termine a un’esistenza non è mai una vittoria, né della libertà, né dell’umanità, né della democrazia: è quasi sempre il tragico esito di persone lasciate sole con i loro problemi e la loro disperazione. La risposta che ogni vita fragile silenziosamente sollecita è quella della custodia. Come comunità cristiana facciamo continuamente l’esperienza che quando una persona è accolta, accompagnata, sostenuta, incoraggiata, ogni problema può essere superato o comunque fronteggiato con coraggio e speranza. “Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato! La vocazione del custodire non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene” (Papa Francesco, Omelia, 19 marzo 2013). Le persone, le famiglie, le comunità e le istituzioni non si sottraggano a questo compito, imboccando ipocrite scorciatoie, ma si impegnino sempre più seriamente a custodire ogni vita. Potremo così affermare che la lezione della pandemia non sarà andata sprecata.

Roma, 28 settembre 2021

IL CONSIGLIO EPISCOPALE PERMANENTE
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

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Dal Centro diocesano aiuto vita ricevo: 

 

Nell’impegno di prendersi cura dei più piccoli, anche e Soprattutto durante questo difficile periodo di emergenza, il Centro Diocesano Aiuto Vita con gli altri nove Centri Aiuto Vita vicariali ha offerto aiuto durante lo scorso anno a 1.159 donne sole e famiglie in attesa di un bambino o con figli nella prima infanzia in situazioni di difficoltà.

Desideriamo condividere con tutti voi la gioia per la nascita di 279 bambini nel 2021delle mamme seguite dai nostri Centri Aiuto Vita. Queste nuove creature, pur tra tanti problemi, sono arrivate come dono di Dio e ci chiedono, con le loro famiglie, di essere accolte e custodite.

I nostri Centri possono rispondere alle tante richieste di aiuto anche attraverso la solidarietà delle Comunità parrocchiali. Grazie dunque anche a nome dei bambini, delle

mamme e famiglie per quanto potrete fare o donare per offrire un segno concreto di aiuto, vicinanza e speranza.