sabato 14 novembre 2020

 15 novembre 2020

Prima lettura (Pr 31,10-13.19-20.30-31)

Dal libro dei Proverbi

Una donna forte chi potrà trovarla?
Ben superiore alle perle è il suo valore.
In lei confida il cuore del marito
e non verrà a mancargli il profitto.
Gli dà felicità e non dispiacere
per tutti i giorni della sua vita.
Si procura lana e lino
e li lavora volentieri con le mani. 
Stende la sua mano alla conocchia
e le sue dita tengono il fuso.
Apre le sue palme al misero,
stende la mano al povero.
Illusorio è il fascino e fugace la bellezza,
ma la donna che teme Dio è da lodare.
Siatele riconoscenti per il frutto delle sue mani
e le sue opere la lodino alle porte della città.

 

Salmo responsoriale (Sal 127)

Beato chi teme il Signore.

Beato chi teme il Signore
e cammina nelle sue vie.
Della fatica delle tue mani ti nutrirai,
sarai felice e avrai ogni bene.  

La tua sposa come vite feconda
nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo
intorno alla tua mensa.  

Ecco com’è benedetto
l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme
tutti i giorni della tua vita!

 

Seconda lettura (1Ts 5,1-6)

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési

Riguardo ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte. E quando la gente dirà: «C’è pace e sicurezza!», allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire. 
Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro. Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. 
Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri.

 

Vangelo (Mt 25,14-30)

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni.  A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque.  Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.  Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.  Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”.  “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”.  Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

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omelia

 

Ritorna il grande tema della vigilanza (v. vangelo delle 10 vergini). Ma che vuol dire? La parabola dei talenti spiega che vigilare significa, in concreto, passare dalle parole ai fatti… la vigilanza deve entrare nelle nostre preoccupazioni e impegni  di ogni giorno. E’ la “fedeltà nelle piccole cose”. La parabola si serve di parole che vengono dall’ economia bancaria…(verso la quale siamo, e spesso a ragione, un po’ sospettosi…): ‘talenti’, ‘banchieri’, ‘interessi’, guadagnare’ (vv. 16.17.20.22), ‘denaro’ (vv. 18.27), ‘fare i conti’(v.19). 

Talenti…parola  entrata nel nostro vocabolario…”persona di grande talento..

cioè di grandi capacità… persona talentuosa… quell’artista, quello sportivo ecc…

...Ma i  «talenti» (contrariamente a quanto spesso si dice) non sono, prima di tutto, le doti o le capacità (intelligenza o altro) che Dio ha dato a ciascuno. Sono piuttosto le responsabilità, i compiti, gli impegni che siamo chiamati ad assumere…  Difatti la parabola racconta che “il padrone diede i talenti secondo le capacità o responsabilità di ciascuno”. 

La lezione della parabola si capisce  dialogo che il padrone intrattiene,con ciascuno dei servi. I primi due vengono lodati: «Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto».

I primi due servitori hanno semplicemente la funzione di mettere in risalto, per contrasto, il comportamento del terzo che, a differenza dei primi due, nasconde il tesoro in una buca. 

È importante il dialogo fra il servo malvagio e il padrone. E’ soprattutto dall’esempio negativo che ci viene data la lezione della parabola.  

 

Il terzo servo dichiara: “Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo». 

Il servo ha un’ sua idea precisa del padrone, e cioè quella di un uomo duro, che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso: un’idea non vera, costruita nella sua mente. In una simile concezione di Dio, c’è posto soltanto per la paura e l’ osservanza esteriore della legge. C’è, sotto, una falsa idea di Dio! Se una persona agisce per paura verso Dio o per mancanza di fiducia in Lui,  fa’ il minimo richiesto, tanta da cavarsela… Se, invece, è l’amore responsabile che muove, questa persona si impegna a dare il meglio di sé, agisce per gratuità, non c’è calcolo, una misura minima o debole; dà il massimo delle sue risorse, perché l’amore spinge a donare senza misura… 

Nell’ esperienza dell’amore concreto, ad es. in famiglia…tra i coniugi, dovrebbe funzionare la stessa logica: “Ti voglio bene perché, pur con tutti i miei limiti, dò tutto me stesso o me stessa e non fino ad un certo punto…Mi impegno ad essere generoso (a) senza calcoli… 

 

Tornando alla parabola… questo servo non ha mai accettato il dono che gli è stato fatto, non ha mai riconosciuto la generosità del suo padrone e così, non ha agito per essere riconoscente…al dono si risponde. Il padrone non ritira neppure i propri beni che aveva affidato, si accontenta che gli mostrino il frutto del loro impiego, come prova del loro impegno! Il padrone non è affatto interessato a un proprio guadagno e ai propri beni, ma a rendere partecipi i servi della sua gioia e della sua ricchezza: “Ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». 

La reazione, del terzo servo  è la stessa degli scribi, dei farisei, degli zelanti e scrupolosi osservanti della legge. Tutti costoro non comprendono la condotta di Dio, che si manifesta nel comportamento di Gesù. La ritengono ingiusta. Gesù invece si muove nella prospettiva dell’amore, che è senza calcoli, ma anche senza paura. È  un rapporto di amore, da questo nascono coraggio, generosità e libertà.

 

Attendere il padrone: significa assumere il rischio della propria responsabilità. A coloro che si muovono nell’ amore e si assumono il rischio delle decisioni, si aprono prospettive sempre nuove. Cioè: una persona gode, si sente soddisfatta, quando sa di aver superato la tentazione della pigrizia  Chi invece resta passivo e pauroso, diviene sterile; si trova da se stesso nelle tenebre, in una vita senza colore, grigia e impoverita! 

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15 novembre  2020 – 33a domenica del tempo ordinario

 

Avvisi

 

Nella Giornata diocesana per il Seminario abbiamo dato € 500

Nella giornata missionaria… € 350

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Oggi è la IVa Giornata mondiale del povero, voluta da Papa Francesco. Sul tavolo degli avvisi ci sono alcune copie del messaggio del Papa in questa occasione.

Come parrocchia intendiamo dare un segno concreto in questa direzione. Nelle prossime due domeniche di novembre sarà messa a disposizione in chiesa la CESTA DELLA CARITA’

Si raccolgono  generi alimentari non deperibili per la parrocchia e che consegneremo anche, in buona parte, all’EMPORIO DELLA CARITA’ delle parrocchie di Sona, Lugagnano e Sommacampagna (con le quali siamo già in contatto),

 

Inoltre è sempre possibile consegnare in chiesa i medicinali non scaduti (e occhiali ) che daremo all’Ospedale di Negrar, precisamente all’UMMI. (Unione medico missionaria italiana)

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Per iniziativa di alcune persone abbiamo aiutato anche i detenuti del carcere di Montorio (Verona)

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L’ UNITA’ PASTORALE  DEL LAGO SUD

PROPONE

 

UNA INIZIATIVA DI PREGHIERA 

NELLA CHIESA DI LAZISE

 

Domenica 15 novembre

ore 16.00-18.00

 

chi intende partecipare si trovi davanti alla chiesa alle 15,40

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Preghiera (sul Vangelo della domenica)

 

Il Padre tuo, Gesù, non è un Dio sospettoso o peggio, un padrone sfruttatore. Ci affida i suoi tesori, i suoi doni di grazia  con abbondanza, senza misurare: un talento è, da solo, una grande somma. Dunque ha fiducia in noi, nonostante tutto, tanto da mettere nelle nostre mani qualcosa che vale veramente. Ma che cosa fare? Che atteggiamento adottare?

Un regalo di questo genere comporta anche una grande responsabilità.

Non è la paura, tuttavia, la scelta giusta: nascondere sottoterra un bene significa sottrarlo ai suoi naturali destinatari. Tu, Gesù, a questo punto ci ricordi chela scelta migliore non è cercare la sicurezza e la tranquillità ad ogni costo, ma rispondere alla fiducia. E dunque accettare il rischio, pur di far fruttare quello che si è ricevuto.

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO IV GIORNATA MONDIALE DEI POVERI

Domenica XXXIII del Tempo Ordinario
15 novembre 2020

 

“Tendi la tua mano al povero” (cfr Sir 7,32)

 

“Tendi la tua mano al povero” (cfr Sir 7,32). La sapienza antica ha posto queste parole come un codice sacro da seguire nella vita. Esse risuonano oggi con tutta la loro carica di significato per aiutare anche noi a concentrare lo sguardo sull’essenziale e superare le barriere dell’indifferenza. La povertà assume sempre volti diversi, che richiedono attenzione ad ogni condizione particolare: in ognuna di queste possiamo incontrare il Signore Gesù, che ha rivelato di essere presente nei suoi fratelli più deboli (cfr Mt 25,40).

1. Prendiamo tra le mani il Siracide, uno dei libri dell’Antico Testamento. Qui troviamo le parole di un maestro di saggezza vissuto circa duecento anni prima di Cristo. Egli andava in cerca della sapienza che rende gli uomini migliori e capaci di scrutare a fondo le vicende della vita. Lo faceva in un momento di dura prova per il popolo d’Israele, un tempo di dolore, lutto e miseria a causa del dominio di potenze straniere. Essendo un uomo di grande fede, radicato nelle tradizioni dei padri, il suo primo pensiero fu di rivolgersi a Dio per chiedere a Lui il dono della sapienza. E il Signore non gli fece mancare il suo aiuto. 

Fin dalle prime pagine del libro, il Siracide espone i suoi consigli su molte concrete situazioni di vita, e la povertà è una di queste. Egli insiste sul fatto che nel disagio bisogna avere fiducia in Dio: «Non ti smarrire nel tempo della prova. Stai unito a lui senza separartene, perché tu sia esaltato nei tuoi ultimi giorni. Accetta quanto ti capita e sii paziente nelle vicende dolorose, perché l’oro si prova con il fuoco e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore. Nelle malattie e nella povertà confida in lui. Affidati a lui ed egli ti aiuterà, raddrizza le tue vie e spera in lui. Voi che temete il Signore, aspettate la sua misericordia e non deviate, per non cadere» (2,2-7).

2. Pagina dopo pagina, scopriamo un prezioso compendio di suggerimenti sul modo di agire alla luce di un’intima relazione con Dio, creatore e amante del creato, giusto e provvidente verso tutti i suoi figli. Il costante riferimento a Dio, tuttavia, non distoglie dal guardare all’uomo concreto, al contrario, le due cose sono strettamente connesse.

Lo dimostra chiaramente il brano da cui è tratto il titolo di questo Messaggio (cfr 7,29-36). La preghiera a Dio e la solidarietà con i poveri e i sofferenti sono inseparabili. Per celebrare un culto che sia gradito al Signore, è necessario riconoscere che ogni persona, anche quella più indigente e disprezzata, porta impressa in sé l’immagine di Dio. Da tale attenzione deriva il dono della benedizione divina, attirata dalla generosità praticata nei confronti del povero. Pertanto, il tempo da dedicare alla preghiera non può mai diventare un alibi per trascurare il prossimo in difficoltà. È vero il contrario: la benedizione del Signore scende su di noi e la preghiera raggiunge il suo scopo quando sono accompagnate dal servizio ai poveri.

3. Quanto è attuale questo antico insegnamento anche per noi! Infatti la Parola di Dio oltrepassa lo spazio, il tempo, le religioni e le culture. La generosità che sostiene il debole, consola l’afflitto, lenisce le sofferenze, restituisce dignità a chi ne è privato, è condizione di una vita pienamente umana. La scelta di dedicare attenzione ai poveri, ai loro tanti e diversi bisogni, non può essere condizionata dal tempo a disposizione o da interessi privati, né da progetti pastorali o sociali disincarnati. Non si può soffocare la forza della grazia di Dio per la tendenza narcisistica di mettere sempre sé stessi al primo posto.

Tenere lo sguardo rivolto al povero è difficile, ma quanto mai necessario per imprimere alla nostra vita personale e sociale la giusta direzione. Non si tratta di spendere tante parole, ma piuttosto di impegnare concretamente la vita, mossi dalla carità divina. Ogni anno, con la Giornata Mondiale dei Poveri, ritorno su questa realtà fondamentale per la vita della Chiesa, perché i poveri sono e saranno sempre con noi (cfr Gv 12,8) per aiutarci ad accogliere la compagnia di Cristo nell’esistenza quotidiana.

4. Sempre l’incontro con una persona in condizione di povertà ci provoca e ci interroga. Come possiamo contribuire ad eliminare o almeno alleviare la sua emarginazione e la sua sofferenza? Come possiamo aiutarla nella sua povertà spirituale? La comunità cristiana è chiamata a coinvolgersi in questa esperienza di condivisione, nella consapevolezza che non le è lecito delegarla ad altri. E per essere di sostegno ai poveri è fondamentale vivere la povertà evangelica in prima persona. Non possiamo sentirci “a posto” quando un membro della famiglia umana è relegato nelle retrovie e diventa un’ombra. Il grido silenzioso dei tanti poveri deve trovare il popolo di Dio in prima linea, sempre e dovunque, per dare loro voce, per difenderli e solidarizzare con essi davanti a tanta ipocrisia e tante promesse disattese, e per invitarli a partecipare alla vita della comunità.

È vero, la Chiesa non ha soluzioni complessive da proporre, ma offre, con la grazia di Cristo, la sua testimonianza e gesti di condivisione. Essa, inoltre, si sente in dovere di presentare le istanze di quanti non hanno il necessario per vivere. Ricordare a tutti il grande valore del bene comune è per il popolo cristiano un impegno di vita, che si attua nel tentativo di non dimenticare nessuno di coloro la cui umanità è violata nei bisogni fondamentali. 

5. Tendere la mano fa scoprire, prima di tutto a chi lo fa, che dentro di noi esiste la capacità di compiere gesti che danno senso alla vita. Quante mani tese si vedono ogni giorno! Purtroppo, accade sempre più spesso che la fretta trascina in un vortice di indifferenza, al punto che non si sa più riconoscere il tanto bene che quotidianamente viene compiuto nel silenzio e con grande generosità. Accade così che, solo quando succedono fatti che sconvolgono il corso della nostra vita, gli occhi diventano capaci di scorgere la bontà dei santi “della porta accanto”, «di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 7), ma di cui nessuno parla. Le cattive notizie abbondano sulle pagine dei giornali, nei siti internet e sugli schermi televisivi, tanto da far pensare che il male regni sovrano. Non è così. Certo, non mancano la cattiveria e la violenza, il sopruso e la corruzione, ma la vita è intessuta di atti di rispetto e di generosità che non solo compensano il male, ma spingono ad andare oltre e ad essere pieni di speranza.

6. Tendere la mano è un segno: un segno che richiama immediatamente alla prossimità, alla solidarietà, all’amore. In questi mesi, nei quali il mondo intero è stato come sopraffatto da un virus che ha portato dolore e morte, sconforto e smarrimento, quante mani tese abbiamo potuto vedere! La mano tesa del medico che si preoccupa di ogni paziente cercando di trovare il rimedio giusto. La mano tesa dell’infermiera e dell’infermiere che, ben oltre i loro orari di lavoro, rimangono ad accudire i malati. La mano tesa di chi lavora nell’amministrazione e procura i mezzi per salvare quante più vite possibile. La mano tesa del farmacista esposto a tante richieste in un rischioso contatto con la gente. La mano tesa del sacerdote che benedice con lo strazio nel cuore. La mano tesa del volontario che soccorre chi vive per strada e quanti, pur avendo un tetto, non hanno da mangiare. La mano tesa di uomini e donne che lavorano per offrire servizi essenziali e sicurezza. E altre mani tese potremmo ancora descrivere fino a comporre una litania di opere di bene. Tutte queste mani hanno sfidato il contagio e la paura pur di dare sostegno e consolazione.

7. Questa pandemia è giunta all’improvviso e ci ha colto impreparati, lasciando un grande senso di disorientamento e impotenza. La mano tesa verso il povero, tuttavia, non è giunta improvvisa. Essa, piuttosto, offre la testimonianza di come ci si prepara a riconoscere il povero per sostenerlo nel tempo della necessità. Non ci si improvvisa strumenti di misericordia. È necessario un allenamento quotidiano, che parte dalla consapevolezza di quanto noi per primi abbiamo bisogno di una mano tesa verso di noi.

Questo momento che stiamo vivendo ha messo in crisi tante certezze. Ci sentiamo più poveri e più deboli perché abbiamo sperimentato il senso del limite e la restrizione della libertà. La perdita del lavoro, degli affetti più cari, come la mancanza delle consuete relazioni interpersonali hanno di colpo spalancato orizzonti che non eravamo più abituati a osservare. Le nostre ricchezze spirituali e materiali sono state messe in discussione e abbiamo scoperto di avere paura. Chiusi nel silenzio delle nostre case, abbiamo riscoperto quanto sia importante la semplicità e il tenere gli occhi fissi sull’essenziale. Abbiamo maturato l’esigenza di una nuova fraternità, capace di aiuto reciproco e di stima vicendevole. Questo è un tempo favorevole per «sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo […]. Già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà […]. Tale distruzione di ogni fondamento della vita sociale finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi, provoca il sorgere di nuove forme di violenza e crudeltà e impedisce lo sviluppo di una vera cultura della cura dell’ambiente» (Lett. enc. Laudato si’, 229). Insomma, le gravi crisi economiche, finanziarie e politiche non cesseranno fino a quando permetteremo che rimanga in letargo la responsabilità che ognuno deve sentire verso il prossimo ed ogni persona. 

8. “Tendi la mano al povero”, dunque, è un invito alla responsabilità come impegno diretto di chiunque si sente partecipe della stessa sorte. È un incitamento a farsi carico dei pesi dei più deboli, come ricorda San Paolo: «Mediante l’amore siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso. […] Portate i pesi gli uni degli altri» (Gal 5,13-14; 6,2). L’Apostolo insegna che la libertà che ci è stata donata con la morte e risurrezione di Gesù Cristo è per ciascuno di noi una responsabilità per mettersi al servizio degli altri, soprattutto dei più deboli. Non si tratta di un’esortazione facoltativa, ma di una condizione dell’autenticità della fede che professiamo. 

Il libro del Siracide ritorna in nostro aiuto: suggerisce azioni concrete per sostenere i più deboli e usa anche alcune immagini suggestive. Dapprima prende in considerazione la debolezza di quanti sono tristi: «Non evitare coloro che piangono» (7,34). Il periodo della pandemia ci ha costretti a un forzato isolamento, impedendoci perfino di poter consolare e stare vicino ad amici e conoscenti afflitti per la perdita dei loro cari. E ancora afferma l’autore sacro: «Non esitare a visitare un malato» (7,35). Abbiamo sperimentato l’impossibilità di stare accanto a chi soffre, e al tempo stesso abbiamo preso coscienza della fragilità della nostra esistenza. Insomma, la Parola di Dio non ci lascia mai tranquilli e continua a stimolarci al bene.

9. “Tendi la mano al povero” fa risaltare, per contrasto, l’atteggiamento di quanti tengono le mani in tasca e non si lasciano commuovere dalla povertà, di cui spesso sono anch’essi complici. L’indifferenza e il cinismo sono il loro cibo quotidiano. Che differenza rispetto alle mani generose che abbiamo descritto! Ci sono, infatti, mani tese per sfiorare velocemente la tastiera di un computer e spostare somme di denaro da una parte all’altra del mondo, decretando la ricchezza di ristrette oligarchie e la miseria di moltitudini o il fallimento di intere nazioni. Ci sono mani tese ad accumulare denaro  con la vendita di armi che altre mani, anche di bambini, useranno per seminare morte e povertà. Ci sono mani tese che nell’ombra scambiano dosi di morte per arricchirsi e vivere nel lusso e nella sregolatezza effimera. Ci sono mani tese che sottobanco scambiano favori illegali per un guadagno facile e corrotto. E ci sono anche mani tese che nel perbenismo ipocrita stabiliscono leggi che loro stessi non osservano. 

In questo panorama, «gli esclusi continuano ad aspettare. Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 54). Non potremo essere contenti fino a quando queste mani che seminano morte non saranno trasformate in strumenti di giustizia e di pace per il mondo intero.

10. «In tutte le tue azioni, ricordati della tua fine» (Sir 7,36). È l’espressione con cui il Siracide conclude questa sua riflessione. Il testo si presta a una duplice interpretazione. La prima fa emergere che abbiamo bisogno di tenere sempre presente la fine della nostra esistenza. Ricordarsi il destino comune può essere di aiuto per condurre una vita all’insegna dell’attenzione a chi è più povero e non ha avuto le stesse nostre possibilità. Esiste anche una seconda interpretazione, che evidenzia piuttosto il fine, lo scopo verso cui ognuno tende. È il fine della nostra vita che richiede un progetto da realizzare e un cammino da compiere senza stancarsi. Ebbene, il fine di ogni nostra azione non può essere altro che l’amore. È questo lo scopo verso cui siamo incamminati e nulla ci deve distogliere da esso. Questo amore è condivisione, dedizione e servizio, ma comincia dalla scoperta di essere noi per primi amati e risvegliati all’amore. Questo fine appare nel momento in cui il bambino si incontra con il sorriso della mamma e si sente amato per il fatto stesso di esistere. Anche un sorriso che condividiamo con il povero è sorgente di amore e permette di vivere nella gioia. La mano tesa, allora, possa sempre arricchirsi del sorriso di chi non fa pesare la propria presenza e l’aiuto che offre, ma gioisce solo di vivere lo stile dei discepoli di Cristo.

In questo cammino di incontro quotidiano con i poveri ci accompagna la Madre di Dio, che più di ogni altra è la Madre dei poveri. La Vergine Maria conosce da vicino le difficoltà e le sofferenze di quanti sono emarginati, perché lei stessa si è trovata a dare alla luce il Figlio di Dio in una stalla. Per la minaccia di Erode, con Giuseppe suo sposo e il piccolo Gesù è fuggita in un altro paese, e la condizione di profughi ha segnato per alcuni anni la santa Famiglia. Possa la preghiera alla Madre dei poveri accomunare questi suoi figli prediletti e quanti li servono nel nome di Cristo. E la preghiera trasformi la mano tesa in un abbraccio di condivisione e di fraternità ritrovata.

 


sabato 7 novembre 2020

 8 novembre 2020

Prima lettura (Sap 6,12-16)

Dal libro della Sapienza

La sapienza è splendida e non sfiorisce,
facilmente si lascia vedere da coloro che la amano
e si lascia trovare da quelli che la cercano.
Nel farsi conoscere previene coloro che la desiderano. Chi si alza di buon mattino per cercarla non si affaticherà,
la troverà seduta alla sua porta.
Riflettere su di lei, infatti, è intelligenza perfetta,
chi veglia a causa sua sarà presto senza affanni;
poiché lei stessa va in cerca di quelli che sono degni di lei, appare loro benevola per le strade
e in ogni progetto va loro incontro.

 

Salmo responsoriale (Sal 62)

Ha sete di te, Signore, l’anima mia.

O Dio, tu sei il mio Dio,
dall’aurora io ti cerco,
ha sete di te l’anima mia,
desidera te la mia carne
in terra arida, assetata, senz’acqua.  

Così nel santuario ti ho contemplato,
guardando la tua potenza e la tua gloria.
Poiché il tuo amore vale più della vita,
le mie labbra canteranno la tua lode.

Così ti benedirò per tutta la vita:
nel tuo nome alzerò le mie mani.
Come saziato dai cibi migliori,
con labbra gioiose ti loderà la mia bocca. 

Quando nel mio letto di te mi ricordo
e penso a te nelle veglie notturne,
a te che sei stato il mio aiuto,
esulto di gioia all’ombra delle tue ali.

 

Seconda lettura (1Ts 4,13-18)

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési

Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti. 
Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore. 
Confortatevi dunque a vicenda con queste parole. Parola di Dio.

 

Vangelo (Mt 25,1-13)

Dal Vangelo secondo Matteo

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa.  Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

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32a  A

omelia

 

La parabola delle fanciulle sagge e stolte (Mt 25,1- 13) fa parte del grande discorso  che riguarda il tempo della fine. La parabola presenta due aspetti: come mantenere viva la certezza del ritorno del Signore e come comportarsi nel tempo dell'attesa. Gli atteggiamenti raccomandati sono: la prontezza, perché il Signore può venire in qualsiasi momenti e la costanza perchè la venuta del Signore può tardare..

L’ambiente della parabola è una festa di nozze: i due cortei, dalla casa dello sposo e della sposa verso il banchetto nuziale. 

Il banchetto ci ricorda che l’incontro definitivo con il Signore è l’incontro con lo sposo; ha, quindi, il tono di una festa, di una relazione che crea un senso di serenità. Non è l’ansia di chi va verso un destino crudele o verso il vuoto di una vita senza senso che si conclude nel nulla della morte. Del resto Gesù si presenta spesso, nel Vangelo, come lo sposo che ha fatto un’ alleanza di amore con gli uomini, chiamandoli a sé, in una relazione che ce lo fa sentire vicino e amico…

 

Entrano in campo le dieci vergini, cinque stolte e cinque sagge. Che cosa le distingue?

Le sagge portano con sé un riserva di olio per le lampade, le altre no. Che vuol dire? Le sagge vogliono alimentare il tempo dell’attesa, che forse sarà lunga, con l’impegno della perseveranza, dell’attesa che, in loro, non viene mai meno, con l’apertura del cuore che arde dal desiderio di assaporare la gioia dell’incontro… Vogliono essere pronte, coltivano la speranza che non deve morire. Tutta la loro vita è stato un allenamento a riconoscere le visite quotidiane dello sposo… perché  il Signore, lo sposo, non viene solo nell’ultimo momento nella vita, ma ci visita ogni giorno… L'attesa può essere lunga ma la tensione dell'animo non deve mai affievolirsi. Il tempo, lungo o breve che sia, è importante perché ogni istante è decisivo.

L’olio della riserva può rappresentare anche la saggezza di chi non si limita a dire: “Signore Signore”, ma colui che fa la volontà del Padre e vive concretamente il vangelo.

Ci si può anche addormentare nell’attesa: “Si assopirono tutte e dormirono..”, E’ la fatica del credere, a volte in momenti difficili nei quali il Signore sembra assente e indifferente o non sappiamo scorgere i passi del suo venire verso di noi…o siamo appesantiti da dubbi e da domande che non sembrano non trovare risposta… 

 

Le cinque stolte non hanno vegliato e si sono allontanate nel cuore dallo sposo…Ma non possono pretendere di avere l’olio, se non non se lo sono procurato da sole con le buone opere della fedeltà. L’ incontro col Signore va preparato prima. La risposta negativa delle sagge sembra scortese e dura.. noi diremmo: “Sono state insensibili!”, ma la cosa va spiegata così: nessuno può sostituire un altro nella risposta della fede che vigila… Nessuno può rispondere a nome mio, ma ognuno risponde per se stesso: c’è una responsabilità personale che non può essere sostituita da nessuno!

 

1a lettura… La saggezza non è soprattutto una conoscenza, una teoria, ma un'impostazione della vita. Ed è questa, in sostanza, la sapienza di cui parla la prima lettura (Sap 6,12- 16): è un dono che discende da Dio.  

Certo occorrono sforzo e pazienza: la sapienza, infatti, deve essere «cercata» e «desiderata», vuole essere anche amata, per lei bisogna «alzarsi di buon mattino», e su di essa occorre riflettere e vegliare. Ma tuttavia è un dono: «previene» chi la desidera, «essa stessa va in cerca di quanti sono degni di lei».

E la porta fu chiusa…”. Una parola forte che deve scuoterci… C’è, purtroppo, il pericolo di un fallimento totale della vita, di una esclusione dal regno.. Questo non dipende da Dio, da una sua volontà di lasciarci fuori, ma solo da un ostinato rifiuto di 

chi si è sempre ribellato all’amore di Dio, senza mai dare nessun segno di pentimento!

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8 novembre  2020 – 32a domenica del tempo ordinario

 

Domenica 8 novembre: Giornata diocesana per il Seminario.

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Preghiera (sul Vangelo della domenica)

 

C ’è un appuntamento decisivo che non possiamo perdere, Gesù.

Non è in gioco solo la partecipazione ad una qualche festa, ad un banchetto, ma quello che ci accadrà per l’eternità.

In effetti la tua proposta, quel regno dei cieli di cui ci parli,

è un mondo nuovo di grazia e di misericordia,

in cui potremo entrare, ma anche esserne tenuti fuori.

Dipende da noi, dalla nostra vigilanza: solo se saremo pronti

al momento in cui lo sposo arriva, solo se le nostre lampade

saranno ancora accese, grazie alla riserva d ’olio,

potremo partecipare alle nozze.  

Senza quell’olio, nel protrarsi dell’attesa le nostre lampade potrebbero spegnersi e al momento giusto risulteremmo completamente immersi nel buio. Senza quell’olio, potremmo distrarci e lasciarci afferrare da altre preoccupazioni, che riempiono il cuore e la mente ed impediscono di vivere l’attesa, di scrutare la notte

per cogliere l ’arrivo dello sposo. 

Senza quell’olio rischiamo di trovarci davanti ad una porta inesorabilmente chiusa e alla dolorosa coscienza di aver perso tutto.

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Avviso importante !

 

L’ UNITA’ PASTORALE 

DEL LAGO SUD

 

PROPONE

 

UNA INIZIATIVA DI PREGHIERA E DI ADORAZIONE EUCARISTICA

 

NELLA CHIESA DI LAZISE

 

Domenica 15 novembre

ore 16.00-18.00

 

La preghiera sarà guidata….

e ci sarà la possibilità di accostarsi al

Sacramento della Confessione-Riconciliazione

( puoi fermarti il tempo che ritieni necessario per te…)

 

 

Preghiera in tempo di Covid  (Da “Avvenire”- venerdì 30 0ttobre)

 

Insegnaci, Signore, a pregare questo vuoto. Il vuoto portato da una paura che non conoscevamo e che sembra adesso un inquilino della nostra anima. Il vuoto degli spazi in isolamento. Il vuoto della vita che si fa sentire come sospesa. Il vuoto delle ore che chi è nella solitudine conta in maniera differente. Il vuoto delle incertezze che si accumulano e delle quali non abbiamo ancora parlato. Il vuoto degli occhi di coloro che vediamo soffrire e il vuoto dei tanti che soffrono senza che noi li vediamo. Il vuoto di tutto ciò che, da un attimo all’altro, viene procrastinato. Il vuoto di quella donna anziana che passa il giorno intero col viso contro il vetro della finestra. Il vuoto del rifugiato che vede la sua speranza negata da un timbro. 

Il vuoto del giovane davanti a un futuro che sfugge sempre più, come un pensiero distante. Il vuoto che ci raggiunge come un avviso di sfratto dalla vita autentica. Il vuoto degli incontri e delle conversazioni di cui avremmo bisogno ora. Il vuoto di cui si accorgono gli amici. Il vuoto delle risate. Il vuoto di tutti gli abbracci non dati. Il vuoto della prossimità vietata. Il vuoto in cui non ti vediamo.



sabato 31 ottobre 2020

 1° novembre 2020: TUTTI I SANTI

Prima lettura (Ap 7,2-4.9-14)

Dal libro dell'Apocalisse

Io, Giovanni, vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. 

E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio».

E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele:

Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello».

E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen».Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello».

 

Salmo responsoriale (Sal 23)

Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore.

Del Signore è la terra e quanto contiene:
il mondo, con i suoi abitanti.
È lui che l’ha fondato sui mari
e sui fiumi l’ha stabilito.

Chi potrà salire il monte del Signore?
Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non si rivolge agli idoli.

Egli otterrà benedizione dal Signore,
giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca,
che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

 

Seconda lettura (1Gv 3,1-3)

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo

Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.

Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

 

Vangelo (Mt 5,1-12)

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

«Beati i poveri in spirito,

perché di essi è il regno dei cieli.

Beati quelli che sono nel pianto,

perché saranno consolati.

Beati i miti,

perché avranno in eredità la terra.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,

perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi,

perché troveranno misericordia.

Beati i puri di cuore,

perché vedranno Dio.

Beati gli operatori di pace,

perché saranno chiamati figli di Dio.

Beati i perseguitati per la giustizia,

perché di essi è il regno dei cieli.

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni   sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».

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Tutti i santi- omelia


La liturgia di questa Solennità ci invita alla riconoscenza, alla festa e al ringraziamento… 

—Siamo anche noi, infatti, la «moltitudine immensa» radunata dall’Agnello, insieme agli angeli e ai santi, invitati a cantare l’ inno di lode e di ringraziamento (prima lettura).

— Siamo noi la ‘folla’ alla quale Gesù rivolge il suo annuncio di felicità, in cui tante volte risuona la parola ‘Beati!’ (vangelo).

— Siamo noi i «figli di Dio», destinatari dell’amore del Padre. La nostra dignità un giorno apparirà in tutto il suo splendore (seconda lettura). 

 

Quello di oggi è un messaggio forte, che domanda di essere inteso e accolto. 

C’è una parola che figura in tutte e tre le letture: è il verbo ‘vedere’ che significa riflettere nella fede, comprendere e gustare i doni di Dio… 

«Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre», esordisce il brano tratto dalla prima lettera di Giovanni.

E il vangelo comincia con «Gesù, vedendo le folle, salì sul monte...». 

E l’ Apocalisse… ‘vidi’ una moltitudine immensa.. .dell’Apocalisse che si impone.

La salvezza, la gioia, la festa che Dio ci offre non sono un sogno, un’illusione, ma una realtà. 

 

In ognuna delle Beatitudini del vangelo noi oggi possiamo riconoscere il volto stesso di Gesù e  i volti di uomini e donne che sono stati o sono ancora nostri compagni di viaggio. In ognuna delle categorie che Gesù ci presenta noi possiamo ravvisare i tratti di qualcuno che ha avuto un cuore di povero, che ha praticato la mitezza e la misericordia, che ha avuto uno sguardo puro e limpido, che ha sofferto e lottato perla giustizia e la liberazione degli oppressi.

A pensarci bene l’esistenza di queste persone, spesso molto semplice e modesta, ha lasciato un segno, un segno che rimane. Molto più di quanto abbiano fatto personaggi alla ribalta, vissuti costantemente sotto i riflettori.

Santità … sviluppo del nostro essere figli amati. che rispondono con l’amor riconoscente al dono ricevuto senza nessun merito…

 

a. Quel segno è la traccia profonda della santità. Una santità quotidiana, vissuta nello scorrere dei giorni. Non la santità eroica che pone sugli altari e viene proposta come esempio, ma la santità feriale, intessuta a doppio filo con le vicende di una famiglia, di un gruppo di lavoratori, di una cerchia di amici e conoscenti, di una comunità cristiana. Senza fare chiasso, nei frangenti più diversi, spesso nelle prove che riserva la vita, essi hanno fatto giungere qualcosa di prezioso: un gesto o una parola, destinati a rasserenare, a consolare, a convincere, a placare, a sostenere. Si è trattato di una vera e propria iniezione di fiducia, di speranza, offerta con la sincerità di coloro che diventano testimoni , ma rimangono discreti e, in ogni caso, non umiliano mai, non mettono mai a disagio.

 

b. Come un po’ di luce che riesce a rischiarare la notte più buia, come un pizzico di lievito capace di far fermentare una grande massa di pasta, i santi sono riusciti a strapparci alla tristezza o all’angoscia, all’astio o al desiderio di vendetta, alla tentazione di ferire qualcuno per farlo star male. Ci hanno vaccinato dall’orgoglio e dalla gelosia e hanno destato in noi i sentimenti e le forze migliori. È questa santità che oggi celebriamo con gratitudine perché in essa vediamo la presenza dello Spirito. Egli agisce nell’ intimo dei cuori, dona saggezza e luce, audacia e fedeltà. Ognuno di noi può beneficiare dei suoi doni, basta che gli apra la sua vita con fiducia e disponibilità.

Non diventeremo perfetti, resterà nella nostra esistenza sempre qualche ombra, qualche fragilità, qualche incrinatura, ma nello stesso potremo trasmettere qualcosa della bontà e della bellezza di Dio. E soprattutto gusteremo la felicità, una felicità autentica. Sì, perché la santità va di pari passo con la felicità, cioè con la pace del cuore e con una pienezza di vita che non si sgretola anche nei momenti più difficili.

Santi, non perfetti. La santità, è vero, ci spaventa un poco. Troppo distante. dalle nostre possibilità, troppo lontana dai nostri progetti…

 

Papa Francesco 18 marzo 2028 (“Gaudete et exultate”)

 

7. Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, “la classe media della santità”

 

Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non è così. Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova. Sei una consacrata o un consacrato? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione. Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei un lavoratore? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli. Sei genitore o nonna o nonno? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù. Hai autorità? Sii santo lottando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali.[14]

 

Carlo Acutis: 2001-2016, motro di leucemia fulminante e beatificato il 10 ottobre 2010 ad Assisi…


 

 

1° novembre  2020 – SOLENNITA DI TUTTI I SANTI

 

Avvisi

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Nel pomeriggio del 1° nov., con decreto della Curia diocesana, non è possibile fare la processione e la preghiera al Cimitero. Noi, comunque, come parrocchia, ci troviamo ugualmente nella nostra chiesa alle ore 15.00 – per una Celebrazione di preghiera in suffragio dei nostri defunti.

 

Lunedì 2 novembre, Commemorazione dei fedeli defunti. 

La Messa sarà celebrata nella nostra chiesa al mattino alle ore 9.30. (Al pomeriggio c’è un funerale…)

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Stiamo cercando di organizzare il catechismo, seguendo anche le indicazioni della nostra diocesi.

 

Mercoledì 4 novembre alle 20,45 -in salone: incontro catechiste e i catechisti per definire il calendario prossimo e le modalità della catechesi, secondo alcune indicazioni e possibilità che sono emerse negli ultimi incontri…

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La prossima domenica 8 novembre: Giornata diocesana per il Seminario.

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Preghiera (sul Vangelo della domenica)

La logica del mondo considera fortunati quelli che si impongono, quelli che possono, concedersi tutto, perché hanno a disposizione molti soldi,

gli astuti, i duri, i vincenti, e quelli che hanno sempre l'ultima parola o

e riescono a farla franca anche quando sono colpevoli.

Ma quanto durerà questo stato di cose?

il tuo, Gesù, è un annuncio chiaro: tu dichiari che questo mondo avrà termine e che un giorno i criteri mondani  di successo e di riuscita

egoistica, appariranno per quello che realmente sono:

un inganno terribile e un tragico tranello,

Ecco perché i tuoi diretti destinatari non devono piangersi addosso, ma rallegrarsi.

Sì, il Signore della storia sei tu, il Crocifisso Risorto, il vero vincitore.

E a guidare i destini dell'universo sono le tue mani che non portano

uno scettro o un bastone di comando, ma recano ancora il segno dei chiodi, di una morte ingiusta affrontata per amore.

Alla tua gloria, dunque, parteciperanno tutti quelli che hanno adottato

come loro guida il Vangelo e hanno accettato di essere buoni e miti come te.

 

Preghiera in tempo di Covid  (Da “Avvenire”- venerdì 30 0ttobre)

 

Insegnaci, Signore, a pregare questo vuoto. Il vuoto portato da una paura che non conoscevamo e che sembra adesso un inquilino della nostra anima. Il vuoto degli spazi in isolamento. Il vuoto della vita che si fa sentire come sospesa. Il vuoto delle ore che chi è nella solitudine conta in maniera differente. Il vuoto delle incertezze che si accumulano e delle quali non abbiamo ancora parlato. Il vuoto degli occhi di coloro che vediamo soffrire e il vuoto dei tanti che soffrono senza che noi li vediamo. Il vuoto di tutto ciò che, da un attimo all’altro, viene procrastinato. Il vuoto di quella donna anziana che passa il giorno intero col viso contro il vetro della finestra. 

Il vuoto del rifugiato che vede la sua speranza negata da un timbro. 

Il vuoto del giovane davanti a un futuro che sfugge sempre più, come un pensiero distante. Il vuoto che ci raggiunge come un avviso di sfratto dalla vita autentica. Il vuoto degli incontri e delle conversazioni di cui avremmo bisogno ora. Il vuoto di cui si accorgono gli amici. Il vuoto delle risate. Il vuoto di tutti gli abbracci non dati. Il vuoto della prossimità vietata. Il vuoto in cui non ti vediamo.

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