sabato 5 marzo 2016

6 marzo 2016




LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura 
Gs 5,9-12
Il popolo di Dio, entrato nella terra promessa, celebra la Pasqua.

Dal libro di Giosuè
In quei giorni, il Signore disse a Giosuè: «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto». Gli Israeliti rimasero accampati a Gàlgala e celebrarono la Pasqua al quattordici del mese, alla sera, nelle steppe di Gerico.

Il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, àzzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno.
E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna; quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan. 

Salmo Responsoriale 
Dal Salmo 33
Gustate e vedete com’è buono il Signore.

Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino.

Magnificate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore: mi ha risposto
e da ogni mia paura mi ha liberato.

Guardate a lui e sarete raggianti,
i vostri volti non dovranno arrossire.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta,
lo salva da tutte le sue angosce.


Seconda Lettura
  2 Cor 5,17-21
Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo.


Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.

Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.
In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.
Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio. 

Vangelo  Lc 15,1-3.11-32
Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita.


Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

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UN PENSIERO, DALL' ARTE, SULLA PARABOLA EVANGELICA

REMBRANDT - Hermitage, san Pietroburgo

  (a cura di don A. Scattolini)





REMBRANDT - Hermitage, san Pietroburgo

Il Ritorno del figlio prodigo, dipinto nel 1666, è uno degli ultimi capolavori di Rembrandt e, a detta di molti, rappresenta una delle espressioni più alte della pittura occidentale. Proprio
per il fatto che sia stato realizzato solo a poca distanza dalla sua morte, ci offre una delle sintesi più interessanti de||’opera di questo grande artista olandese, che negli ultimi tempi si era dedicato a temi intimi e spirituali quali l'amore e la misericordia. Da questa tela ci arriva il suggestivo messaggio della parabola di Gesù, riportata in Luca, e rivisitata attraverso la fede personale di Rembrandt. Il brano evangelico, tradotto in immagini nel quadro, riporta un'esperienza emblematica in cui l’artista può ritrovare se stesso. Per questo viene eliminato o messo in penombra ogni elemento spaziale, ornamentale o gestuale che potrebbe portare l'attenzione dello spettatore lontano dal cuore dell'annuncio. Resta solo quel senso di sospensione e di silenzio che rende partecipi anche noi dello stato d'animo dei presenti di fronte a qualcosa che li stupisce e li supera.

Qualche critico afferma che, a partire dalle dolorose vicissitudini che segnarono la sua vita, ciò che Rembrandt sentiva particolarmente e in maniera sofferta era il mistero del disegno divino, |’angoscia della fallibilità umana, la coscienza del proprio peccato e del giudizio di Dio. Sicuramente nei piedi scalzi del figlio prodigo c'è riassunta tutta la vicenda di degrado e di miseria non solo del personaggio della parabola, ma anche dell’artista stesso.
Questa figura prostrata, infatti, nelle sue attitudini e nei gesti, lascia intuire la storia triste di chi ha sperperato i suoi beni e sente di aver perduto la propria dignità; è dunque una figura che si prestava benissimo a rappresentare l'artista con le sue lacerazioni intime e con il suo desiderio di riconciliazione di pace. Il suo capo è chino nel grembo paterno da cui attende una parola che lo faccia rivivere, e tuttavia sono le sue calzature logore ed escoriate a lasciarci intuire, in modo speciale, quanto è stata lunga e faticosa la strada del ritorno.

Ma nell'abbraccio del padre che raccoglie il figlio nel suo grembo c’è tutta la commozione e l'affetto viscerale che si manifesta al di là di ogni attesa: nella prospettiva evangelica, di fronte a questo abbraccio così delicato, noi possiamo esclamare, con le parole dell’Annuncio della risurrezione che si canta la notte di Pasqua,
«Felice colpa!» che ci ha rivelato una così grande misericordia. Rembrandt sceglie di concentrarsi sul momento più denso e drammatico della narrazione evangelica, l'abbraccio del padre... momento di suspence in cui tutto si annoda e si snoda! Le mani di questo padre, su cui molto, è stato scritto, vanno a posarsi delicatamente sulle spalle del figlio: la destra ha tratti più delicati e femminili, mentre la sinistra ci appare più vigorosa e maschile, forse per dirci che Dio è Padre ma anche contemporaneamente Madre. Anche il volto di questo anziano patriarca ci parla di misericordia: ormai egli sembra vederci non più con gli occhi, consumati dalla lunga attesa, ma solo con il cuore... sempre capace di offrire il suo amore e il suo perdono!

Ma qualcuno resta sulla soglia e sembra non voler partecipare: è il fratello maggiore che, nelle intenzioni del l’evangelista, interpretava la mentalità dei farisei, oppositori di Gesù in nome di un Dio dalla giustizia distributiva, i cui meriti andavano conquistati a suon di osservanze e di pratiche pie. Il fratello maggiore è raffigurato in piedi, come il fariseo al tempio (cf. Lc 18,944): la sua posa esteriore rivela un animo autosufficiente e altezzoso. Egli ha sempre obbedito, come un servitore impeccabile; si sente a posto, e per questo sembra non partecipare di quell'amore gratuito e luminoso del padre, che pure lo raggiunge. Tuttavia la sua espressione è triste, perché chiuso dall'invidia e dalla gelosia, che gli impediscono di riconoscere il proprio fratello e di prendere parte alla festa.

Il padre raffigurato in questo quadro ci sembra riassumere con molta efficacia quello del vangelo e ci invita a entrare nel suo abbraccio per non vivere più da servi, ma da figli.  Contempliamo dunque, commossi e contenti, questo capolavoro, ringraziando Rembrandt che ce lo ha regalato!
 


mercoledì 2 marzo 2016

riflessione sul silenzio


Il valore del silenzio
(a cura di Vincenzo Bonato, monaco di Camaldoli)
Nell’esperienza cristiana il comunicare e il tacere non sono posti in contrapposizione né si fa un’assolutizzazione di uno dei due elementi. Afferma un padre del deserto: «La sapienza sta nel sapere in quale momento parlare» e nel come farlo, aggiungo io. «Vi è un uomo che sembra tacere e il suo cuore giudica gli altri: costui parla sempre» (Poimen 27). Possiamo trovare consigli che sembrano contrastanti o che realmente lo sono perché sorgono dall’esperienza che non è unitaria. Non si tratta di stabilire delle massime che valgono sempre ma di fare attenzione all’esperienza.
Su questo argomento molto importante, offro dei semplici spunti, attinti dalle testimonianze di persone che lo hanno vissuto in modo molto positivo. Il silenzio può essere anche molto negativo, quando è indice di rifiuto della comunicazione o incapacità di comunicare, fino a preparare esplosioni di violenza. Oggi forse per molti il silenzio, più che lo stare zitti, potrebbe essere un esercizio per uscire dal mutismo, dall’incapacità di relazionarsi, di comunicare e per cominciare a parlare in modo umano.
Nel monachesimo, imparare a tacere è meno importante dell’imparare ad osservare e ad esprimere i propri sentimenti. Un cuore che non fa discernimento e non avverte le passioni e i movimenti interiori che lo agitano, non potrà mai essere in quiete. Non si comincia mai dalla totalità, ossia dall’amore pieno, ma dall’analisi sincera della nostra grandezza dentro il nostro limite.
Nel nostro limite l'amore è intrecciato con l'odio. È un’esperienza comune: i tifosi di una squadra che odiano i tifosi di un'altra; i seguaci di una religione che si oppongono a quelli d’un’altra; la mamma che impedisce una vera maturazione del figlio perché lo ama troppo.
Non dico nulla per quanto riguarda il lato umano. Dal punto di vista religioso, non dobbiamo nutrire disprezzo né avversione verso coloro che non condividono il nostro credo (o il nostro grande amore), neppure verso chi pensiamo abbia tradito la nostra  causa.  Non dobbiamo costringere nessuno a difendersi da noi.
Gesù voleva interrompere lo stile degli uomini zelanti che difendevano Dio eliminando pagani o apostati. In Lui appare questa grande novità che non è stata compresa in modo adeguato.
Esame di se stessi
Ho accennato all’attenzione a se stessi. Il silenzio, prima ancora di essere assenza di parole, è attenzione al rapporto qualificato, non immediato. Vi presento un testo di un maestro spirituale, Doroteo, che invita i monaci a fare attenzione alla loro interiorità riguardo all’argomento del rancore.
 Si può rendere male per male non solo con le azioni, ma anche con le parole e l'atteggiamento. Talvolta si prende un atteggiamento o si fa un movimento o uno sguardo che turba il fratello: sì, si può ferire il fratello anche con uno sguardo o un movimento, ed è anche questo un rendere male per male. Un altro si studia di non rendere male per male né con l'azione né con la parola né con l'atteggiamento o il movimento, però ha in cuore una tristezza contro il suo fratello e si affligge contro di lui. Guardate che differenza di stati d'animo. Un altro non ha neppure qualche tristezza contro il proprio fratello, ma se sente dire che qualcuno lo ha afflitto o ha mormorato contro di lui o lo ha offeso, si rallegra all'udirlo, e anche costui si trova a rendere male per male nel suo cuore. Un altro invece non solo non ha nessuna cattiveria e non gode a sentire che chi lo ha afflitto è stato offeso, ma si affligge addirittura se quello viene afflitto: però non prova piacere se egli riceve del bene, e si affligge se lo vede onorato o contento: ed è anche questa una sorta di rancore, più leggera, sì, ma lo è pur sempre. Invece bisogna gioire per la contentezza del proprio fratello e fare di tutto per servirlo e preparare ogni cosa per dargli onore e soddisfazione.
2. Il silenzio è importante nella formazione della persona religiosa: «Ciò che l’irrigazione è per le piante, è il silenzio continuo per la crescita della conoscenza» (Un’umile speranza… 61). «Ogni uomo che si dà al molto parlare, anche se dice cose degne d’ammirazione, sappi che è vuoto dentro» (Isacco di Ninive I,65).
Perché il vuoto? L’incapacità di custodire il silenzio e di controllare la lingua potrebbe essere segno di inquietudine che deriva dall’avere una cattiva coscienza (per cui la persona sta male con se stessa); può essere segno della volontà di dominio sugli altri - devo essere convincerli delle mie opinioni per rafforzare il mio ruolo - ; di un bisogno affettivo (avere sempre compagnia…). Neppure la logorrea sul piano catechetico o apostolico è una cosa sana. Nell’esporre dobbiamo partire dal rispetto e dall’apprezzamento della persona, delle convinzioni positive che ha elaborato e dei comportamenti nobili messi in pratica. Dobbiamo alimentare la persona non costringerla ad abbuffarsi. Per capire bene un cosa o per accoglierla, tutti abbiamo bisogno di tempo. «Fa’ profittare con il tuo silenzio piuttosto che con la tua parola di conoscenza colui che non può trarre profitto dalla conoscenza. Abbassati con lui secondo la sua debolezza» (Un’umile speranza… 61).
Il silenzio iniziale, ossia l’apprendere a contenersi, è soltanto una preparazione e un inizio del vero silenzio. All’inizio dobbiamo costringerci (che è diverso dal farsi violenza o dall’essere costretti):
«Sforziamoci di tacere e, allora, dal nostro silenzio, sarà generato in noi un qualcosa che ci condurrà al vero silenzio. Che Dio ti dia di sentire ciò che è generato dal silenzio… Non credere che il silenzio [attuato dal grande Arsenio] sia stato semplicemente un atto spontaneo: all’inizio ha dovuto sforzarsi a fare questo. Dopo un certo tempo, dalla pratica di tale esercizio, è generata nel cuore una qualche dolcezza; ed essa induce con violenza il corpo a perseverare nel silenzio» (113).
La predicazione o il rapporto comunicativo con l’altro deve essere preceduto dal silenzio, non per riflettere meglio su ciò che vogliamo comunicare o annunciare ma anche per vivere una vera compartecipazione. Non si deve mai parlare dall’alto in basso, convinti che la persona con cui tratto sia inferiore a me. È necessario, al contrario, una vera compartecipazione. Lo attesta Gregorio Magno parlando dell’atteggiamento che dovrebbe essere mantenuto dagli evangelizzatori:
[Dice il profeta Ezechiele: Mi fermai presso i deportati e rimasi in mezzo a loro sette giorni nella tristezza (Ez 3,15). Si osservi con quanta compassione il santo profeta si unisce al popolo prigioniero e dimorando con lui, si unisce alla loro desolazione poiché la parola è radicata nella forza dell'azione. E chi ascolta accoglie volentieri la parola che è detta con compassione da parte di chi predica ... Così il profeta si stabilì con il popolo prigioniero e rimase in mezzo a loro afflitto; così, ponendosi nella sua situazione accanto a esso a motivo della sua profonda carità, riuscì a conquistarlo subito con la forza della parola ... Ora, quando furono trascorsi sette giorni, mi fu rivolta la parola del Signore (Ez 3,16). Con il fatto che rimase sette giorni nella tristezza e, dopo il settimo, ricevette dal Signore l'ordine di parlare, il profeta indica chiaramente che durante quei giorni era rimasto in silenzio. Era stato inviato a predicare, e tuttavia era rimasto afflitto, in silenzio per sette giorni. Che cosa ci suggerisce il santo profeta con questo silenzio se non che soltanto chi prima ha taciuto sa veramente parlare? Il silenzio è in certo senso il nutrimento della parola. E giustamente riceve la parola a opera di una grazia sovrabbondante chi per umiltà dapprima ha taciuto come conviene fare. Per bocca di Salomone si dice infatti: C'è un tempo per tacere e un tempo per parlare (Qo 3,7). Non si dice: "C'è un tempo per parlare e un tempo per tacere", ma prima viene il tempo per tacere e poi il tempo per parlare, perché non dobbiamo imparare a tacere parlando, ma a parlare tacendo. Se dunque il santo profeta che era stato inviato a parlare, dapprima custodì un lungo silenzio per poter poi parlare in modo autentico, consideriamo quanto sia grande la colpa di chi non tace quando nessuna necessità lo costringe a parlare (Gregorio Magno, Omelie su Ezechiele 11,2-3).
Il nostro parlare, quindi, deve nascere dalla compartecipazione
Silenzio mistico
Il rapporto maturo ed autentico con Dio implica che tutto ciò che sperimentiamo nella relazione con Lui non sia riducibile alla sola parola. Almeno la parola che ascoltiamo o che pronunciamo deve formare unità con noi:
«Quando ripeti le parole della preghiera, preoccupati non di ripeterle ma di diventare tu stesso quelle parole. Il nostro profitto non sta nella ripetizione, ma nel fatto che la parola si incorpori in te e divenga opera» (Giovanni di Apamea Discorso sulla preghiera 4-7).
Quando si è ciò che si dice, il dire sconfina nell’indicibile e questa plusvalenza del parlare può essere chiamata silenzio. «Colui che possiede in verità la parola di Gesù può udire anche il suo silenzio» (Ignazio di Antiochia Efesini 13).
Anche noi sperimentiamo che il sentire spesso supera il parlare. Questo fatto è avvertito anche nella relazione con Dio. Attesta Suso:
Signore, se penso alla tua alta lode, il mio cuore vorrebbe sciogliersi nel mio corpo, i pensieri mi sfuggono, mi mancano le parole. Brilla un non so che nel cuore che nessuno può esprimere a parole, appena voglio lodare te, bene senza limiti; poiché se io sprofondo nel profondo abisso del tuo proprio bene, Signore, svanisce ogni lode per la sua pochezza.
Per condividere questo sentire non occorre essere stati elevati a gradi superiori di vita mistica. È un’espressione del credente consapevole.
San Paolo dichiara di essere stato rapito vicino a Dio e di aver udito discorsi ineffabili. I mistici conoscono esperienze elevate che non possono tradotte nel linguaggio comune. Ciò che afferra l’uomo nella sua totalità è più grande del suo parlare. Qui l’essere vale di più del dire. Teresa d’Avila conosce una relazione intima con Dio che è fatta di silenzio e di pace:
Il modo con cui Dio arricchisce ed istruisce l’anima in questa orazione è così calmo e silenzioso da fare pensare alla costruzione del tempio di Salomone, durante la quale non si sentiva il minimo rumore. Così in questo tempio di Dio, in questa mansione che è sua: Dio e l’anima si godono in altissimo silenzio. L’intelletto non ha movimenti né ricerche da fare. Chi l’ha creato vuole che si riposi e contempli ciò che avviene come per una piccola fessura (Castello interiore VII, 11).
Tale esperienza è un rivivere il riposo del sabato al termine della creazione e un anticipo della beatitudine della vita eterna. Comprendiamo meglio ciò che diceva Ignazio: «Colui che possiede in verità la parola di Gesù, può udire anche il suo silenzio». 

martedì 1 marzo 2016

29 febbraio 2016


preghiera degli adolescenti e dei giovani nella nostra parrocchia: 29.02.2016

Ti salutiamo, Croce di Cristo,
legno che ha portato il suo corpo donato per noi
nuova arca della nuova ed eterna alleanza
trono e altare dove Cristo, re e sacerdote regna per sempre

Ti salutiamo, Croce di Cristo
e ti preghiamo per tutti i giovani
che vivranno in queste settimane un momento di grazia
nel loro cammino di fede
e nel cammino verso la Giornata mondiale della Gioventù

Ti salutiamo, Croce di Cristo,
documento che sigilla e conferma
il riscatto che Cristo ha pagato per noi
per liberarci per sempre dal peccato

Ti salutiamo, Croce di Cristo,
dove viene immolato l’Agnello di Dio
colui che prende su di sé il nostro peccato
e lo estirpa dal mondo e dal cuore dell’uomo

Ti salutiamo, Croce di Cristo,
speranza di un’umanità nuova, liberata dal peccato
uomini e donne disposti a riconoscere come fratello e sorella
per la potenza di chi, su di te inchiodato, ha donato la vita

Ti salutiamo, Croce di Cristo,
che appari a noi spoglia, nuda, senza il Crocifisso
sei la conferma che lui è risorto, è vivo
sei la certezza che lui è il re vittorioso
donato dal Padre per redimere i fratelli

Signore, Dio della mia salvezza, davanti a te grido giorno e notte. Giunga fino a te la mia preghiera, tendi l'orecchio al mio lamento.
Io sono colmo di sventure, la mia vita è vicina alla tomba.
Sono annoverato tra quelli che scendono nella fossa,
sono come un morto ormai privo di forza.

E' tra i morti il mio giaciglio, sono come gli uccisi stesi nel sepolcro,
dei quali tu non conservi il ricordo e che la tua mano ha abbandonato.
Mi hai gettato nella fossa profonda, nelle tenebre e nell'ombra di morte.
Pesa su di me il tuo sdegno e con tutti i tuoi flutti mi sommergi.

Hai allontanato da me i miei compagni, mi hai reso per loro un orrore.
Sono prigioniero senza scampo; si consumano i miei occhi nel patire.
Tutto il giorno ti chiamo, Signore, verso di te protendo le mie mani.
Compi forse prodigi per i morti? O sorgono le ombre a darti lode?
Si celebra forse la tua bontà nel sepolcro, la tua fedeltà negli inferi?
Nelle tenebre si conoscono forse i tuoi prodigi, la tua giustizia nel paese dell'oblio?

Ma io a te, Signore, grido aiuto, e al mattino giunge a te la mia preghiera.
Perché, Signore, mi respingi, perché mi nascondi il tuo volto?
Sono infelice e morente dall'infanzia, sono sfinito, oppresso dai tuoi terrori.
Sopra di me è passata la tua ira, i tuoi spaventi mi hanno annientato,
mi circondano come acqua tutto il giorno, tutti insieme mi avvolgono.
Hai allontanato da me amici e conoscenti, mi sono compagne solo le tenebre.

Guida
Il  passo che percorriamo è forse il più duro e difficile da accettare: la morte. Essa segna il fallimento più grande, la fine di tutto e nel caso di Gesù la fine più miserabile, ucciso come un maledetto. Salendo su quel patibolo, Gesù mostra ad ognuno di noi la necessità di passare per questa via. La croce fa parte di ogni credente, ed è nel segno della croce che tutti siamo legati, ricordando però che essa è solo un passaggio, non la conclusione di un cammino.

Quando una situazione umana ci chiede una totale rinuncia a noi stessi, noi, noi tutti, istintivamente cerchiamo il compromesso o semplicemente imbocchiamo la strada della fuga; ci acco­muniamo agli apostoli. che anch’essi sono fuggi­ti di fronte al realismo della Passione di Gesù.
La morte di Gesù sulla croce, mentre ci proclama che Dio ci vuole bene fino in fondo, mentre ci assicura che questa capacità di amare è dona­ta a ciascuno di noi, ci invita a rivedere con co­raggio e con lealtà i criteri che ispirano i nostri rapporti con gli altri, la nostra dedizione all'uomo, il nostro servizio di uomini.
E a tanti livelli e su tanti piani che dobbiamo cercare di smascherare le forme di fuga che ca­ratterizzano il nostro preteso “ servizio agli altri “ ..

Dal Vangelo secondo Luca (23, 33-37)

Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto». Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell'aceto, e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». C'era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.

Guida
Gesù è inchiodato alla Croce e su di essa viene posta l’iscrizione INRI, viene scritto a chiare lettere il motivo della condanna: Gesù Nazareno Re dei Giudei: crocifisso in quanto Re dei Giudei.
Le Sacre Scritture ci invitano non a festeggiare il dolore, ma a festeggiare l'amore.

Lettore

Perché Gesù è morto?
Una prima risposta è questa: Gesù è morto perché non è stato capito e accolto, perché si è incontrato con cuori ostili e peccatori. Ma c'è una seconda risposta più profonda e decisiva: Gesù è morto perché non ha cessato di amare gli uomini, anche quando gli preparavano la croce e la morte.

Gesù non vuole il dolore, non inventa la croce. Come ogni uomo, egli vuole la vita, vuole la gioia. Incontra, però, il male, la sofferenza, la morte sul cammino, che egli percorre insieme con gli uomini. Egli vuole eliminare il male. Ma il modo di eliminazione ci sorprende.

Dio elimina il male non ignorandolo, aggirandolo, scavalcandolo, ma aggredendolo e trasfor­mandolo dal di dentro con la forza dell'amore. Stando insieme con gli uomini, accettandoli e perdonandoli anche quando gli preparano la croce e la morte, Gesù rivela fino a quale punto si spinge l'amore del Padre, a cui egli aderisce con obbedienza filiale: neppure la croce e la morte inducono Dio a stancarsi di amare l'uomo, a ritirarsi da lui, ad abbandonarlo al proprio destino.
Il dolore della croce diventa così un modo clamoroso, gridato di dire l'amore; libera insospettate e prodigiose potenzialità umane; diventa segno e occasiona di libertà, di coraggio, di amorosa obbedienza al Padre, di dedizione incondizionata all'uomo. La Risurrezione altro non farà che rive­lare la misteriosa e straripante vitalità che è na­scosta nella croce di Cristo.
La croce di Cristo è luminosa, ha il nome dell’amore, prepara, nella speranza la vittoria della vita e della Risurrezione.
Il cristiano, il discepolo di Cristo, riceve dal suo Maestro e Signore lo stesso compito: trasformare la croce dello uomo in croce di Cristo.

Testimonianza
«Convertiti all’islam o sarai decapitata».

«Sono nata cristiana e se per questo dovrò morire, preferisco morire cristiana». Così Khiria Al-Kas Isaac, 54 anni, cristiana irachena di Qaraqosh, fuggita dallo Stato islamico in Kurdistan, ha risposto agli islamisti che imprigionandola, frustandola e premendola una spada sulla gola le imponevano di convertirsi all’islam. La donna e il marito Mufeed Wadee’ Tobiya si sono ritrovati la mattina del 7 agosto in una città improvvisamente conquistata dai jihadisti. Fin da subito, i miliziani l’hanno minacciata così: «Convertiti all’islam o sarai decapitata». Essendosi rifiutata, insieme ad altre 46 donna è stata presa, separata dalla sua famiglia e imprigionata per dieci giorni. Durante la segregazione, le donne venivano ripetutamente frustate davanti a tutte le altre perché la sofferenza di una convincesse tutte a convertirsi. «Ho risposto loro immediatamente che preferivo morire cristiana e poi ho citato il Vangelo di san Matteo (10,33). Gesù disse: “Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”». Durante le frustate, «piangevamo tutte ma tutte ci siamo rifiutate di convertirci».Un giorno un terrorista, frustandola, disse a Khiria: «Convertiti o ti farò ancora più male». Ma lei gli ha risposto: «Sono una donna vecchia e malata. Non ho figlie o figli che possano incrementare il numero dei musulmani o seguirvi, che vantaggio ne avrete se mi convertirò?». Non ottenne risposta. Ma l’ultimo giorno «un terrorista mi ha premuto la spada sul collo davanti a tutte le altre e mi ha detto: “Convertiti o sarai decapitata”. Io gli ho risposto: “Sarò felice di essere una martire”».Dopo aver dato l’ennesima testimonianza della propria fede, Khiria è stata derubata di tutto quello che aveva, compresi i soldi messi da parte per un’operazione al rene, e rilasciata. Il 4 settembre, alla donna è stato permesso di scappare e ha così potuto raggiungere gli altri sfollati cristiani ad Ankawa insieme al marito e due altre donne. Il giorno successivo, altre 14 persone sono state rilasciate. Non è chiaro cosa sia successo agli altri cristiani. (www.tempi.it settembre 2014 )

Testimonianza

Papa Francesco ai cristiani ad Erbil

Vi ringrazio della testimonianza che voi date; c’è tanta sofferenza nella vostra testimonianza. Grazie! Sembra che lì non vogliano che ci siano i cristiani, ma voi date testimonianza di Cristo. Penso alle piaghe, ai dolori delle mamme con i loro bambini, degli anziani, degli sfollati, alle ferite di chi è vittima di ogni tipo di violenza. […] Cristiani e yazidi sono stati cacciati con la forza dalle loro case, hanno dovuto abbandonare ogni cosa per salvare la propria vita e non rinnegare la fede. La violenza ha colpito anche edifici sacri, monumenti, simboli religiosi e i patrimoni culturali, quasi a voler cancellare ogni traccia, ogni memoria dell’altro. In qualità di capi religiosi, abbiamo l’obbligo di denunciare tutte le violazioni della dignità e dei diritti umani!Io oggi vorrei avvicinarmi a voi che sopportate questa sofferenza, esservi vicino… E penso a santa Teresa del Bambin Gesù, che diceva che lei e la Chiesa si sentiva come una canna: quando viene il vento, la tempesta, la canna si piega, ma non si rompe! Voi siete in questo momento questa canna, voi vi piegate con dolore, ma avete questa forza di portare avanti la vostra fede, che per noi è testimonianza. Voi siete le canne di Dio oggi! Le canne che si abbassano con questo vento feroce, ma poi sorgeranno! Fratelli e sorelle, la vostra resistenza è martirio, rugiada che feconda.

Preghiera per la Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia 2016

“Dio, Padre misericordioso,
che hai rivelato il Tuo amore nel Figlio tuo Gesù Cristo,
e l’hai riversato su di noi nello Spirito Santo, Consolatore,
Ti affidiamo oggi i destini del mondo e di ogni uomo”.
Ti affidiamo in modo particolare
i giovani di ogni lingua, popolo e nazione:
guidali e proteggili lungo gli intricati sentieri del mondo di oggi
e dona loro la grazia di raccogliere frutti abbondanti
dall’esperienza della Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia.

Padre Celeste,
rendici testimoni della Tua misericordia.
Insegnaci a portare la fede ai dubbiosi,
la speranza agli scoraggiati,
l’amore agli indifferenti,
il perdono a chi ha fatto del male
e la gioia agli infelici.
Fa’ che la scintilla dell’amore misericordioso
che hai acceso dentro di noi
diventi un fuoco che trasforma i cuori
e rinnova la faccia della terra.

Maria, Madre di Misericordia, prega per noi.
San Giovanni Paolo II, prega per noi.

domenica 28 febbraio 2016

AscoltarTi è una festa - III Domenica Quaresima

28 febbraio


SETTIMANA EUCAristica 2016

Lunedì   29 febbraio

            ore  17.00                            adorazione per tutti
ore  18.00                             S. Messa. Arriva la croce ...
ore 20.30                        adorazione eucaristica davanti alla CROCE della “Giornata mondiale della gioventù” (a Cracovia). La croce è  portata nelle diverse zone della diocesi... Preghiera aperta a tutti, in particolare agli adolescenti e ai giovani
                                                                                                                                             
Martedì   1   marzo 


ore  17.00                             adorazione per tutti          
ore  17.30                             Vespero      
ore 18.00                             S. Messa                 
                                  
                                                                                                                                                                                                                 
Mercoledì  2  marzo

ore  17.00                             adorazione per tutti          
ore 17.30                             S. Messa
ore 20.30                              catechesi  e preghiera eucaristica in chiesa: “Percorso giubilare con l’arte”: invito a tutti, in particolare agli adulti della catechesi  

Giovedì    3  marzo


ore   17.00                           adorazione
ore    17.30                          proposta di preghiera per i ragazzi di 2a media
ore   18.00                           Vespero

                                              
imagesVenerdì   4  marzo

ore  15.00                            adorazione per tutti: in particolare per il 
Gruppo Anziani,
il gruppo della carità, gruppo pulizie, gruppo di preghiera

ore 17.30                             proposta di preghiera per i ragazzi di 1a media
ore  18.00                            S. Messa
                                                         
ore   20.00                           Inizia l’adorazione “24 ORE PER IL SIGNORE” proposta
dal Papa in questo ANNO DEL GIUBILEO.
La preghiera è aperta a tutti : in particolare al gruppo “Spazio aperto”
e al Consiglio pastorale parrocchiale. Esposizione fino alle 22.00                                                                              
Sabato   5  marzo

ore  10.15                             Catechismo e preghiera con i ragazzi di 2a elem. e i loro genitori.
ore  11.45                            Catechismo e Preghiera con i ragazzi di 4a elem. e loro genitori.
                                              
ore 16.00                             S. Messa prefestiva con l’unzione dei malati.
ore 19.00                             preghiera “gruppo famiglie”

Domenica  6  marzo



ore  8.00                               S. Messa
ore  9.30                               S. Messa
ore 11.00                             S. MESSA conclusiva della Settimana Eucaristica con il Coro giovani”
Benedizione eucaristica conclusiva.